Domenica 12 luglio 2009 7 12 /07 /2009 17:51

Nella notte del 2 Febbraio 1959, 9 escursionisti russi morirono misteriosamente in una località di montagna nota come Холат Сяхл, Kholat Siakhl, (nella lingua Mansi, una popolazione semi nomade di ceppo ugro finnico che abita la zona da millenni,  “Montagna dei Morti”), in circostanze tuttora misteriose e che hanno generato una grande quantità di ipotesi. Da allora, la località è stata ribattezzata Passo Diatlov (Перевал Дятлова) , dal nome del capo escursionista, Igor Diatlov.

Tutto ebbe inizio quando un gruppo di studenti dell’Istituto Politecnico degli Urali (Уральский Политехнический Институт, УПИ), si riunì per partecipare a un’escursione attraverso gli Urali settentrionali a Sverdlovsk (Свердловск), oggi Iekaterinburg (Екатеринбург), guidati da un esperto conoscitore della zona, studente pure lui, Igor Diatlov (Игорь Дятлов ). Del gruppo, oltre a lui, facevano parte Sinaida Kolmogorova (Зинаида Колмогорова), Liudmila Dubinina (Людмила Дубинина), Aleksandr Kolevatov (Александр Колеватов), Rustem Slobodin (Рустем Слободин), Iuri Krivoniscenko (Юрий Кривонищенко), Iuri Doroscenko (Юрий Дорошенко), Aleksandr Solotarev (Александр Золотарев), Nikolaj Tibo-Brignol (Николай Тибо-Бриньоль), Iuri Iudin (Юрий Юдин).

Gli escursionisti volevano raggiungere l’Otorten (Отортен), una montagna dieci chilometri a nord del Kholat Siakhl, seguendo un percorso non facile, ma tuttavia alla portata dei componenti la spedizione, tutti piuttosto esperti.

Il 25 Gennaio, i dieci ragazzi arrivarono in treno a Ivdel (Ивдель), nel nord della oblast di Sverdlovsk, (Свердло́вская о́бласть) , dove noleggiarono un grosso furgone per portarsi a Vijai (Вижай) , ultimo centro abitato sul percorso. Quindi, nella giornata del 27, iniziarono a muoversi sugli sci verso l’Otorten. Il giorno seguente, Iuri Iudin fu costretto a rientrare per motivi di salute. Da quel momento, tutto quello che si sa del gruppo è stato ricostruito da diari e da un rullino fotografico rinvenuto nel sito del loro ultimo accampamento.

Il 31 Gennaio il gruppo arrivò sull’altopiano e costruì un magazzino dove lasciò una scorta di cibo e di equipaggiamento per il ritorno. Il giorno dopo, 1 Febbraio, i ragazzi si avviarono verso il Passo, con l’intenzione, stando a quanto trovato scritto nei diari, di superarlo e di accamparsi per la notte dall’altra parte, ma, a causa del sopraggiungere di una fitta nevicata che ridusse di molto la visuale, persero l’orientamento e deviarono a ovest, verso la cima del Kholat Siakhl. Accortisi dell’errore, decisero di fermarsi ai piedi della montagna.

Alla partenza, Diatlov aveva promesso di inviare un telegramma al loro club sportivo non appena il gruppo fosse tornato a Vijaj, non oltre il 12 Febbraio, ma quando tale data fu superata e il telegramma non ricevuto, nessuno si preoccupò dato che in questo tipo di escursioni rispettare una tabella di marcia non era sempre facile. Solo il 20 Febbraio, e solo su richiesta dei familiari degli escursionisti, la direzione del Politecnico inviò un primo gruppo di volontari, studenti e insegnanti, a cercare i ragazzi scomparsi. Successivamente, vista l’infruttuosità delle ricerche, vennero coinvolti anche la polizia e l’esercito, con l’impiego di aerei ed elicotteri.

Il 26 Febbraio venne finalmente ritrovato il campo, abbandonato, sul Kholat Siakhl. La tenda era strappata e una serie di impronte si allontanava da essa scendendo dal passo verso i boschi vicini, per sparire dopo 500 metri, coperte dalla neve. Da un elicottero venne rilevato qualcosa sotto un pino, e i ricercatori vi diressero per trovare i resti di un fuoco e i primi due cadaveri, quelli di Krivoscenko e di Doroscenko, senza scarpe e in mutande e maglia di lana. Facendo a ritroso il percorso dal pino all’accampamento, vennero ritrovati altri tre corpi, prima Diatlov a 300 metri dal pino, poi la Kolmogorova a 480, e infine,  Slobodin a 630 metri, tutti e tre morti in pose che suggerivano stessero facendo ritorno al campo.

Gli altri quattro non furono ritrovati che il 4 Maggio, sotto diversi metri di neve, in una piccola vallata ancora più addentro nel bosco.

L’autopsia non trovò ferite che potessero aver causato la morte, salvo una piccola frattura cranica non fatale sulla Kolmogorova; la conclusione fu che la morte era sopravvenuta per ipotermia. Quando però, in Maggio, furono esaminati gli altri corpi, lo scenario cambiò completamente: Tibò-Brignol aveva il cranio completamente sfondato, Zolotarev e la Dubunina il petto e le costole fratturate. La forza necessaria per provocare quel tipo di lesioni doveva essere stata spaventosa, uno degli esperti forensi la paragonò a quella sviluppata da un incidente automobilistico. Inoltre, i corpi non presentavano ferite esterne, come se fossero stati uccisi da un livello di pressione molto alto, e alla Dubunina era stata asportata la lingua.

Gli escursionisti erano stati costretti a lasciare il campo nella notte, in modo precipitoso: nonostante la temperatura intorno ai trenta gradi sottozero, erano tutti solo parzialmente vestiti, alcuni scalzi, altri avevano i maglioni infilati a rovescio, e tutti gli indumenti apparivano stracciati, tanto che, in un primo momento si ipotizzò che gli escursionisti fossero stati assaliti nella notte dai Mansi per avere invaso il loro territorio, ma l’ipotesi cadde ben presto visto l’assenza di impronte oltre quelle degli escursionisti.

L’inchiesta giunse a queste conclusioni:

1.       Sei membri del gruppo erano morti di ipotermia, altri tre per le ferite.

2.       Non c’erano segni che suggerissero la presenza di estranei, né sul Kholat Siakhl e nemmeno nelle immediate vicinanze.

3.       La tenda era stata strappata dall’interno.

4.       I ragazzi erano tutti deceduti fra le sei e le otto ore dopo il loro ultimo pasto.

5.       Le tracce visibili non lasciavano dubbi sul fatto che tutti e 9 avessero lasciato il campo a piedi di propria iniziativa.

6.       Le ferite e le fratture non potevano essere state provocate da un altro essere umano a causa dell’elevata forza applicata.

7.       Furono rilevati alti livelli di radioattività sui vestiti.


Il verdetto finale fu che erano morti per cause sconosciute, la documentazione venne secretata dal KGB, e solo dopo la caduta dell’URSS declassificata, anche se risultò incompleta in molte parti. Alcuni fatti vennero comunque accertati dalla documentazione resa disponibile:

1.       Dopo i funerali i parenti affermarono che la pelle dei morti avesse una strana tonalità arancione.

2.       Un ex ufficiale dell’esercito, impegnato nelle ricerche, sostenne che il suo dosimetro mostrava un livello di radioattività molto elevato sul Kholat Siakhl. L’dentificazione della fonte risulta mancante dal dossier declassificato, così come non risulta chiaro per quale motivo il personale impegnato nelle ricerche avesse dei dosimetri.

3.       Un altro gruppo di escursionisti, circa 50 chilometri a sud del luogo dell’incidente, riportò di avere visto delle strane sfere arancioni nel cielo notturno in direzione nord, e quindi verso il Kholat, il giorno stesso dell’incidente; il fenomeno venne osservato anche a Ivdel e nelle aree circostanti, e si ripeté per tutto il mese di Febbraio e di Marzo, come risulta dalle testimonianze rese da ufficiali dell’Armata Rossa e del servizio meteorologico della zona.

4.       Dalle ricostruzioni sembra che le vittime fossero state accecate: il legno acceso sotto il pino era stato realizzato in maniera convulsa, utilizzando per di più grossi tronchi umidi, quando tutt’intorno era pieno di ottima legna da ardere.

5.       Nella zona furono rinvenute delle strutture metalliche e una targhetta di identificazione del tipo usato nelle attrezzature militari, il che fa supporre che l’area fosse utilizzata in segreto.

Nel 1967, lo scrittore Iuri Iarovoj (Юрий Яровой), che aveva partecipato alle ricerche come fotografo ufficiale, scrisse un racconto ispirato alla vicenda, Высшей категории трудности[1] (Il massimo grado di complessità), ma fu costretto dalla censura sovietica ad omettere tutta una serie di fatti, che finirono con lo stravolgere completamente la narrazione. Iarovoj morì nel 1980, e un misterioso incendio distrusse tutti i suoi archivi, comprese le foto e il manoscritto originale del romanzo.

Nel 1990, ormai prossima la caduta dell’URSS, si cominciò a riparlare della storia, soprattutto sui giornali locali di Sverdlovsk. Il giornalista Anatoli Guscin (Анатолий Гущин) fu autorizzato a fare ricerche negli archivi della polizia, ma scoprì che diverse pagine erano state sottratte, compreso un misterioso “incartamento” di cui si fa menzione essere stato inviato a Mosca. Il fatto scatenò i cultori degli UFO, del paranormale, i dietrologi di ogni genere, i cacciatori di misteri. Guscin riassunse le sue ricerche nel libro Цена гостайны - девять жизней[2], “Il prezzo del segreto di Stato è nove vite”, che suscitò diverse critiche per via della sua teoria su una misteriosa arma segreta che sarebbe stata sperimentata in quei luoghi e avrebbe causato la morte dei nove ragazzi, ma la pubblicazione del libro suscitò comunque l’interesse dell’opinine pubblica e sciolse qualche lingua rimasta attorcigliata per oltre trent’anni: Lev Ivanov (Лев Иванов), l’ufficiale di polizia che diresse l’inchiesta, in un articolo[3] apparso nel Novembre 1990, ammise che non era stata trovata una spiegazione razionale per la morte dei ragazzi, né per l’incidente in sé, così come che gli era stato ordinato dal KGB di archiviare in fretta l’inchiesta e tacere le voci sulle misteriose “sfere arancioni”. Ivanov conclude l’articolo sostenendo la sua persona le convinzione si sia trattato di UFOs.

Nel 2000, una TV locale produsse il film documentario Перевал Дятлова (“Passo Diatlov”), seguito da una romanzo, scritto dalla giornalista di Iekaterinburg Анна Матвеева (Anna Matvejeva) dallo stesso titolo[4], basato in gran parte sui diari delle vittime e su interviste coi membri della squadra di soccorso dell’epoca. Iuri Kuntzevitch (Юрий Кунцевич), amico di Diatlov, ha creato, col supporto del Politecnico degli Urali,  una fondazione a lui dedicata con lo scopo di convincere le autorità russe a riaprire il caso.

E Iuri Iudin, l’unico sopravissuto della scampagnata, ha dichiarato: “Se avessi la possibilità di rivolgere a Dio una sola domanda, sarebbe ‘Cosa realmente è successo ai miei amici quella notte’?

 








[1] Яровой Юрий: "Высшей категории трудности", Средне-Уральское Кн.Изд-во, Свердловск, 1967

[2] Гущин Анатолий: "Цена гостайны - девять жизней", изд-во "Уральский рабочий", Свердловск, 1990

[3] Иванов Лев: "Тайна огненных шаров", "Ленинский путь", Кустанай, 22-24 ноября 1990 г

[4] Матвеева Анна: "Перевал Дятлова", "Урал" N12-2000, Екатеринбург








 


La mappa del Passo Diatlov.

 

Igor Diatlov. A destra: Iuri Doroscenko.



Iuri Iudin, il sopravissuto.

















La ricerca







Sotto questo pino, avevano acceso il fuoco





Si cerca nella neve.

Ecco come fu ritrovata la tenda:











Il ritrovamento dei corpi in Maggio







Sotto: ricostruzione dell'incidente con le famose
sfere di fuoco arancione.





Il ceppo eretto sul Passo Diatlov.



La targa aggiunta nel 2000.
Di Riccardo
Scrivi un commento - Vedi i commenti - Segnala
Martedì 7 luglio 2009 2 07 /07 /2009 11:00

Il New York Times del 29 Luglio 1917, riporta la notizia che, nell'inverno 1916-17, enormi branchi di lupi affamati fecero la comparsa sul fronte orientale, soprattutto nel settore di Kovno, in Lituania, aggredendo e sbranando perfino i soldati nelle trincee. Alla fine, il comando russo e quello tedesco dovettero negoziare una tregua e formare pattuglie miste per combattere la piaga.

link

 

 

 

 

 

 

 

 

Published: July 29, 1917

Copyright © The New York Times

 

 



Di Riccardo
Scrivi un commento - Vedi i commenti - Segnala
Lunedì 6 luglio 2009 1 06 /07 /2009 19:24

La guerra “Americana” del Vietnam, iniziò alla fine degli anni 50, quando il presidente sudvietnamita Ngô Đình Diệm lanciò una violenta campagna anticomunista tesa a “tagliare fuori” le forze del Viet Minh che premevano per arrivare alle elezioni generali previste dagli accordi di Ginevra, ufficialmente per la paura di brogli, in realtà perché perfettamente conscio della sua impopolarità. Nel tentativo di coinvolgere di americani, raccomandò ai suoi generali di evitare i combattimenti con le forze comuniste ad ogni costo. Hanoi, preoccupata di un intervento americano, ordinò al Viet Minh di ritirarsi nelle zone più inaccessibili del paese, manovra che riuscì senza difficoltà grazie al lassismo delle forze sudvietnamite, il cosiddetto ARVN (Army of the Repubblic of VietNam).

Il supporto americano ebbe inizio nel 1960 con l’arrivo di numerosi contingenti delle Special Forces (all’epoca questa designazione riguardava solo i Green Berets), col compito di supportare le forze sudiste sul campo. Era il periodo degli advisors, noti in Italia come consiglieri militari.

Con gli americani arrivarono gli elicotteri, che dovevano cambiare la natura della battaglia, consentendo all’ARVN di raggiungere in breve praticamente ogni angolo, anche il più remoto e inaccessibile, del paese. E arrivarono i mezzi blindati, contro i quali, i guerriglieri non avevano difesa. All’inizio del 1962 le forze sudvietnamite avevano acquisito sufficiente capacità bellica; l’uso di mezzi blindati e di elicotteri faceva spesso la differenza negli scontri coi male armati guerriglieri, che, sprovvisti di adeguato equipaggiamento anticarro, dovevano lasciare il campo con pesanti perdite. Un piccolo sforzo avrebbe portato il Sud alla vittoria…





La Settima Divisione sudvietnamita era al comando del colonnello Huỳnh Văn Cao, anche se il vero comandante dell’unità era il suo consigliere americano, Tenente Colonnello John Paul Vann. Vann, grazie alla sua abilità tattica, unita a una buona visione strategica e una discreta conoscenza della lingua e dei costumi locali, rese l’unità la migliore dell’esercito sudvietnamita, i suoi successi nella pacificazione delle campagne si contavano con le migliaia di guerriglieri uccisi, e con altre migliaia nascosti nella giungla più profonda senza speranze. Ma gli ufficiali ARVN erano comunque riluttanti ad affrontare il nemico in battaglia, per la paura di subire perdite. Numerose volte, i soldati di Cao si trovarono in buona posizione per attaccare con successo grosse unità di guerrigliere, ma evitarono il contatto con un pretesto o l’altro e permisero ai nemici di sfuggire.



Vann osservava indeciso questo comportamento, il suo tentativo di rendere Cao un comandante aggressivo sul modello americano procedeva a tentoni. Vann non era a conoscenza del fatto che Diệm stesso era contrario a ogni perdita militare e attaccava duramente quegli ufficiali che perdevano troppi uomini in azione, senza badare a quanto successo avete incontrato l’azione stessa, convinto com’era che un tentativo di colpo di stato nel 1960 fosse dovuto alle eccessive perdite fra le truppe impiegate contro i guerriglieri. Era molto più interessato a preservare un esercito forte per proteggere il SUO regime anziché difendere il paese. E così aveva piazzato alle cariche più alte dei suoi fedelissimi, come Cao, che era purtroppo anche un perfetto incapace. Dopo un combattimento che era costato all’ARVN diverse perdite, Cao fu chiamato a Saigon e seccamente rimproverato da Diệm. Al suo ritorno al reparto, ignorò i consigli di Vann e fece ricorso all’eccellente rete di informatori sviluppata da quest’ultimo solo per identificare aree sgombre da guerriglieri dove pianificare “brillanti” azioni militari. Addirittura molte operazioni furono eseguite solo sulla carta, falsificando rapporti di azioni inesistenti e vantando successi mai ottenuti.

Nel 1962, Diệm decise di dividere il comando della zona a sud di Saigon in due: il Terzo Corpo venne ridotto di misura per coprire la zona a nordest della città, e il Quarto Corpo Tattico, creato ex novo di proposito, l’ovest e il sudovest. Cao fu promosso generale e assunse il comando del Quarto, il cui settore operativo copriva anche l’area precedentemente assegnata alla Settima Divisione. Il comando di quest’ultima passò al suo ex capo di stato maggiore, Colonnello Bui Dinh Dam, che confessò a Vann di non sentirsi affatto in grado di coprire quell’incarico ma che era stato costretto ad accettarlo.

Poco prima di Natale del 1962, l’intelligence localizzò una stazione radio Vietcong nei pressi di Tan Thoi, un miglio a nord ovest del villaggio (ap, in lingua vietnamita) di Bac. Si riteneva che una compagnia di circa 120 uomini presidiasse l’area. Vann e Dam pianificarono rapidamente un’azione per distruggere la stazione radio e la compagnia Vietcong.

Il piano prevedeva un attacco su tre direttrici portato dalle forze della Settima coadiuvate da unità regionali (qualcosa di simile alla Guardia Nazionale americana) dirette dal comandante della provincia, Maggiore Lam Quang Tho. Un battaglione di 330 uomini sarebbe stato eliportato a nord di Tan Thoi, mentre altri due battaglioni sarebbero venuti da sud in colonne parallele; 13 APCs M113 con una compagnia di fanteria avrebbero attaccato da ovest, altre due compagnie sarebbero rimaste di riserva. Tutto con in supporto dell’artiglieria e dell’aviazione. La manovra a tenaglia aveva lo scopo di incanalare le forze vietcong su direttrici est-nordest, dove sarebbero state battute dall’artiglieria e dai caccia bombardieri.






Il Vietcong poteva contare su un battaglione di 320 uomini, cui si aggiungevano 30 guerriglieri locali. L’unità era ben equipaggiata, con materiale americano di preda bellica, molti soldati avevano carabine Winchester M1 cal. 7,62, un arma particolarmente adatta al combattimento nella giungla, oltre a fucili Garand M1. In più, ciascuna delle tre compagnie del battaglione disponeva di una mitragliatrice calibro .30, ognuno dei dodici plotoni del battaglione aveva un fucile mitragliatore BAR. In più, disponevano di un mortaio da 60.

Vann consigliò Dam di muovere il più rapidamente possibile, ma quest’ultimo tirò la cosa per le lunghe e solo il 2 Gennaio 1963 l’operazione prese il via. Il Vietcong, nel frattempo, venuto a conoscenza tramite i suoi informatori, della pianificata operazione militare, iniziò a trincerarsi a nord di Tan Thoi e lungo il letto alberato di un torrente che spingeva verso Ap Bac. Le posizioni del Vietcong erano coperte dagli alberi e dalla vegetazione a terra, rendendone difficile l’identificazione sia da terra che dal cielo. Inoltre, il comandante Vietcong poteva disporre delle accurate analisi delle tecniche di combattimento americane e sudvietnamite fornite da Pham Xuan An, un giornalista della Associated Press che lavorava per il governo di Hanoi.

Alle ore 0700L del 7 Gennaio 1963, 10 elicotteri CH21 Shawnee iniziarono il trasporto dei soldati ARVN verso l’area a nord di Tan Thoi. A causa di una densa nebbia, fu possibile compiere un solo viaggio, trasportando una compagnia, il resto delle truppe avrebbe seguito qualche ora più tardi, mentre i soldati sbarcati dovevano tenere la posizione.

Questo ritardo lasciò due battaglioni delle forze regionali provenienti da sud praticamente soli contro il nemico. Alle 0745L, il primo battaglione raggiunse il filare di alberi a sud di Ap Bac, dove i guerriglieri li lasciarono avvicinare tranquillamente prima di aprire il fuoco dalle loro posizioni nell’erba elefante. Un comandante di compagnia fu il primo caduto sudvietnamita, mentre il suo battaglione cercava rifugio dove poteva e passò le due successive ore nel tentativo infruttuoso di aggirare i guerriglieri. Il fuoco dell’artiglieria americana fu mal diretto perché gli ufficiali sudvietnamiti non sporgevano la testa dai loro ripari per dirigere il tiro nel timore di essere colpiti. Alle 1000L fu ferito gravemente anche il comandante di battaglione e ogni manovra fu sospesa.




Il Maggiore Tho, sbarcato a nord di Tan Tho col secondo battaglione, rifiutò di intervenire in soccorso dei commilitoni per paura di perdite, mentre Vann, comprendendo finalmente cosa stava accadendo, ottenne che Dam facesse sbarcare le due compagnie di riserva della Settima in una risaia a ovest di Ap Bac e a nord degli alberi dietro quali avevano preso posizione i guerriglieri. Sulla base dei rapporti radio degli ufficiali ARVN, Vann era convinto, che l’intera forza Vietcong (sottostimata, come abbiamo visto) stesse sparando contro i regolari sudvietnamiti, non sapeva che stava mandando i rinforzi in un’area presidiata da una compagnia di Vietcong, e che le forze che tenevano inchiodati gli ARVN erano della consistenza di un plotone rinforzato.

I CH21s provenienti da nord, scortati da 5 Hueys armati, finirono dunque in mezzo alle truppe comuniste, che aprirono immediatamente il fuoco. Uno Shawnee non riuscì più a prendere il volo dopo avere scaricato le truppe, un secondo elicottero che cercava di soccorrere il primo fu abbattuto. I due equipaggi americani furono infine recuperati da uno Huey per essere abbattuti subito dopo dal fuoco nemico assieme a un terzo CH21, mentre le truppe ARVN cercavano scampo in un canale di irrigazione. Erano le 1030L.

Vann ordinò allo squadrone APC di dirigere su Ap Bac per portare soccorso alle truppe e agli equipaggi degli elicotteri abbattuti. Gli M113 furono bloccati dalle rive troppo ripide dei canali di irrigazione delle risaie, e il Capitano Ly Tong Ba, che comandava lo squadrone APC, temendo perdite fra i suoi uomini se avessero tentato di scendere dai mezzi, rifiutò di proseguire. Vann, che stava sopraggiungendo a bordo di un L19 da osservazione, gli urlò alla radio di andare avanti, ma Ly gli rispose che in quanto ufficiale ARVN rispondeva solo ai suoi superiori e non ad un advisor americano. Nel frattempo, un altro CH21 fu abbattuto, mentre un quinto, danneggiato dovette allontanarsi per fracassarsi poi sulla pista della base. I Vietcong avevano messo fuori uso cinque elicotteri in dieci minuti, se non era un record gli assomigliava molto da vicino.



CH-21 sullo sfondo, in primo piano un UH-1 abbattuti nella risaia.



UH-1



Ancora CH-21 costretti a prendere terra.

Nonostante tutto, il battaglione della Settima proveniente dal lato settentrionale di Tan Thoi, teneva i Vietcong sotto pressione, e a sud di Ap Bac sembrò che si riuscisse a sfondare, grazie anche al costante supporto aereo e di artiglieria, per quanto mal diretto. Piccoli reparti ruppero qua e là, ma i loro comandanti, spaventati dalle perdite subite, rifiutarono di puntare a sud, verso Ap Bac, e ripiegarono su Tan Thoi, dove la situazione era più tranquilla.

Alle 1345L gli APC sbucarono finalmente in vista della risaia a ovest del villaggio, ma ebbero difficoltà a localizzare il remico a causa della densa vegetazione e dell’erba elefante. I Vietcong fecero fuoco sui mezzi, concentrandosi soprattutto sui mitraglieri che sporgevano dal tetto degli M113. Anche il conducente di uno di questi fu ucciso, un altro ferito, perché guidava con la testa fuori dalla botola. In altre occasioni i guerriglieri erano scappati a gambe levate davanti ai mezzi cingolati senza sparare, e ci si aspettava facessero ora lo stesso. Il lato grave della situazione era che mitraglieri e conducenti erano di solito sottufficiali a capo della squadra di soldati trasportata, senza di loro i soldati si rifiutavano di combattere. Lo stesso comandante Ba fu colpito, e tutti i mezzi si fermarono e rifiutarono di proseguire senza di lui.

Benché ferito gravemente, Ba riuscì a riorganizzare lo squadrone e a riprendere l’attacco, ma molto lentamente, perché ora i conducenti superstiti guidavano coi portelli chiusi per non esporsi al fuoco nemico, e non erano stati addestrati a guidare velocemente con gli iposcopi sotto il fuoco. Proprio mentre l’attacco sembrava aver successo, un sergente Vietcong riuscì a guidare i suoi uomini contro i mezzi e a lanciare bombe che non fecero grossi danni ma aggiunsero confusione allo scompiglio che frastornava soldati alla loro prima battaglia campale. Un tentativo di impiegare un carro lanciafiamme fallì perché la gelatina era stata miscelata male e non raggiungeva la densità sufficiente per raggiungere gli alberi dai quali sparavano i Vietcong, a 100 metri circa di distanza. Secondo gli advisors, un reparto americano sarebbe stato in grado di spazzare via quel tipo di resistenza con poche perdite e poco tempo, ma i male addestrati soldati ARVN era un’altra cosa.



Vann a quel punto chiese in rinforzo un battaglione aeroportato ARVN, ma, benché esso potesse essere scaricato in zona entro un’ora, nessuno lo vide arrivare. L’americano chiamò via radio il comando solo per sentirsi dire che non avevano ricevuto nessun ordine da Cao, e allora egli rientrò alla base, dove affrontò il vietnamita a muso duro. Alla fine si decise di seguire gli ordini di Vann, che ripartì col suo aereo per osservare la battaglia. Alla radio apprese poi che Cao aveva ordinato di lanciare i parà nmella risaia, e non dove sarebbero stati necessari, dietro le linee vietcong. Furioso, chiamò Cao alla radio “Voi non volete combattere”, gli urlò, “volete solo fare una parata mentre i VC scappano”, ma non ci fu niente da fare.

L’Ottavo battaglione, lanciato da alcuni C123 e C119 americani, finì quindi nella risaia al tramonto di quel giorno e non poté muovere che l’indomani mattina perché gli ufficiali, temendo come previsto che un combattimento notturno avrebbe comportato troppe perdite, rifiutarono di muovere verso il nemico. Solo a mezzogiorno dell’indomani, i parà di Saigon andarono all’attacco delle posizioni abbandonate dai Vietcong durante la notte. Per giunta fu loro ordinato di tenere la posizione, sebbene Vann insistesse perché dessero, almeno, la caccia ai guerriglieri sfuggiti.

Il Vietcong perse 18 uomini, 39 furono feriti. Le truppe ARVN, dieci volte superiori per numero ed equipaggiate pesantemente e modernamente, soffrirono 80 caduti e 100 feriti, oltre a 3 consiglieri americani uccisi in azione e altri otto feriti. Nove elicotteri e 3 M113 andarono distrutti.




Ap Bac rappresenta una svolta nella guerra del Vietnam. Per la prima volta i guerriglieri comunisti avevano affrontato con successo truppe meccanizzate e supportate da artiglieria e aviazione, che fino a quel momento erano state il loro terrore e solo la paura di subire troppe perdite aveva impedito all’ARVN di schiacciarle. Peggio, Hanoi capì che poteva combattere con successo nel sud e cominciò a pianificare la sua guerra. Pham Xuan An fu decorato per le preziose informazioni fornite che avevano permesso quel significativo successo.

La battaglia segnalò anche un cambiamento di direzione nel coinvolgimento americano. Vann e altri consiglieri sul posto chiesero che i reparti ARVN fossero comandati da ufficiali americani anziché locali, ma quello puzzava di colonialismo, e gli americani lo odiavano. E come l’attività Vietcong aumentò nel 1963 e 64, ci si rese conto che l’unica soluzione possibile era l’invio di reparti combattenti direttamente dagli Stati Uniti.




M-113 ACAV con spaccato (sotto).



Come conseguenza della morte di 14 mitraglieri ARVN degli M113, i mezzi furono modificati con l’aggiunta di scudi a protezione delle armi da .50. successivamente vennero aggiunte due armi da .30 sparanti da portelloni laterali e posteriori ugualmente scudate, dando luogo così a una versione dell’M113 nota come ACAV (Armoured Cavalry Assault Vehicle), tuttora in uso in vari eserciti.



Bibliografia: David M. Toczek, The Battle of Ap Bac, Vietnam They Did Everything but Learn from It Greenwood Press, USA, 2001




Di Riccardo
Scrivi un commento - Vedi i commenti - Segnala
Lunedì 6 luglio 2009 1 06 /07 /2009 19:20


Geoffrey Nathaniel Pyke (1893-1948)




Nel 1942, nel momento forse più buio della Battaglia dell’Atlantico, mentre i branchi di lupi affondavano milioni di tonnellate di naviglio alleato senza che nulla paresse in grado di contrastarli efficacemente, il giornalista e inventore sui generis inglese Geoffrey N Pyke, all’epoca assegnato all'ufficio del Capo delle Operazioni Combinate, Lord Mountbatten, sortì l'idea di utilizzare gli icebergs, opportunamente livellati, come aeroporti galleggianti per consentire la scorta aerea dei convogli attraverso l'Atlantico. L'aeroporto, ovviamente, prima o poi, si sarebbe sciolto, andando alla deriva verso sud, ma Pyke riteneva che si potesse limitare entrambi i processi, ricoprendo il ghiaccio di una sostanza che ne rallentasse la liquefazione, e dotandolo di motori che contrastassero le correnti marine. Per di più, un iceberg sarebbe risultato praticamente invulnerabile ai siluri, e un eventuale bombardamento navale non avrebbe fatto molti danni in più che in un normale aeroporto, danni che comunque potevano essere riparati in breve, pompando acqua marina e refrigerandola per trasformarla in ghiaccio che poi i bulldozers avrebbero livellato.

Mountbatten parlò dell'idea a Winston Churchill, che ne fu entusiasta. Nacque così il Project Habakkuk (spesso scritto erroneamente Habbakuk), da un versetto della Bibbia, "Vedete fra le nazioni, guardate, meravigliatevi e siate stupefatti! Poiché io sto per fare ai vostri giorni un'opera, che voi non credereste, se ve la raccontassero" (cfr Abacuc, 1,5, Bibbia versione Luzzi, la più fedele nella traduzione italiana alla King James). Il progetto, dopo vari passaggi, si tramutò in una sorta di portaerei di ghiaccio della lunghezza di 2000 piedi (610 metri), una larghezza di 300 (91) e un pescaggio di 40 (12), per un dislocamento che doveva superare i due milioni di tonnellate.









L'enorme mole della nave fece sorgere non pochi problemi. Il ghiaccio è fragile e viene deformato dalla pressione, tenere insieme una massa di quelle dimensioni poteva essere un’impresa (chiunque abbia visto un iceberg dal vero, sa che perde pezzi in continuazione. Per il "berg" non è un problema, per una struttura militare sì). Alla ricerca di una soluzione, fu costruito un prototipo, nella provincia canadese dell'Alberta, alla larga, si sperava, dagli occhi indiscreti: uno scheletro di legno di 60 piedi per 30 (18 metri per 9 circa), riempito di blocchi di ghiaccio e coperto da un telone isolante. Un sistema di raffreddamento simile a quello di un surgelatore mandava aria gelata attraverso una rete di sottili tubi per mantenere la temperatura della struttura al di sotto dello zero. Il tutto fu poi calato in un lago.

Nel frattempo (siamo ormai all’inizio del 1943), due ricercatori del Polytechnic Institute of Brooklyn, New York, scoprirono per caso che miscelando segatura (o altri materiali fibrosi come il cotone, o la carta di giornale) e acqua, in proporzione 14-86, e portando il tutto a meno quaranta, si poteva creare una sostanza in grado di galleggiare pur essendo molto più resistente del ghiaccio. Il materiale fu chiamato pykrete, o pykecrete, contrazione di Pyke e concrete, cemento. Successivi esperimenti dimostrarono che resisteva alla pressione, al calore e, entro certi limiti, perfino agli esplosivi, poteva essere tagliato con normali attrezzi industriali, e scioglieva molto più lentamente del ghiaccio. Si racconta che Mountbatten dimostrasse a Churchill la resistenza del pykrete gettandone un pezzo nel bollitore del the del primo ministro. Sembrava fatto apposta per risolvere tutti i problemi di Habakkuk.




Habakkuk, al centro, paragonata con una moderna CV e una nave da battaglia dell'epoca.


Nonostante le sue apparenti miracolose proprietà, il pykrete non poteva risolvere altri problemi che si erano manifestati nel frattempo. Le portaerei Habakkuk sarebbero costate, si stimava, non meno di 100 milioni di dollari (più di una nave da battaglia della classe Iowa, per intenderci), e la sua costruzione poneva problemi ingegneristici di non facile soluzione immediata, oltre che di reperibilità del materiale: la cellulosa, in quel momento, scarseggiava, a differenza dell’acciaio. D’altro canto, l'autonomia degli aerei alleati andava aumentando sensibilmente, e ciò permetteva di scortare i convogli direttamente dalle basi in Canada, Islanda e Scozia, senza contare che gli americani stavano producendo centinaia di portaerei di scorta convertendo navi commerciali. Tutto questo fece apparire Habakkuk uno spreco di risorse. Il progetto fu cancellato all’inizio del 1944, prima che iniziasse la costruzione della prima portaerei. Il pikrete finì nel dimenticatoio delle invenzioni senza sbocco pratico.



Un campione di pykrete utilizzato per i test balistici.

BIBLIOGRAFIA: Perutz, M. F. (1948). "A Description of the Iceberg Aircraft Carrier and the Bearing of the Mechanical Properties of Frozen Wood Pulp upon Some Problems of Glacier Flow". The Journal of Glaciology 1 (3): 95–104
Di Riccardo
Scrivi un commento - Vedi i commenti - Segnala
Lunedì 6 luglio 2009 1 06 /07 /2009 19:16







Grenada e le Grenadine.


Grenada è un'isola-nazione nel Mar dei Caraibi sud-orientale, che comprende anche le Grenadine meridionali. È la seconda più piccola nazione indipendente nell'emisfero occidentale (dopo Saint Kitts e Nevis): ha una superficie di 344 chilometri quadrati e una popolazione di circa 90 mila abitanti. Ex-colonia britannica, indipendente dal 1974, sotto la guida del primo ministro Sir Eric Gairy, dapprima molto popolare in quanto capo del Grenada United Labour Party, da lui fondato nel 1950, che aveva giuidato il Paese all’indipendenza, e poi fortemente contestato dopo la rielezione nel 1976. Si parlò apertamente di brogli, si accusò Gairy di voler instaurare una dittatura nel Paese, ma quello che preoccupava maggiormente le capitali dei Paesi alleati (USA e Gran Bretagna, principalmente), era la sua evidente instabilità mentale, non tanto perché sostenitore dell'esistenza degli extraterrestri al punto da parlarne pubblicamente all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite (anche il Presidente americano di quel tempo, Jimmy Carter, era convinto della loro esistenza, e dichiarò in diverse occasioni di avere visto degli UFOs), ma perché dedito al culto dei riti voodoo e della santeria; viveva circondato di stregoni e fattucchiere, e pretendeva di esorcizzare personalmente ogni persona a suo dire "posseduta".


 

 

Sir Eric Gairy. A fianco: Maurice Bishop con Fidel Castro.





L'opposizione, sostenuta anche dagli Stati Uniti, prese rapidamente la forma di violente proteste civili, che trovarono la loro naturale guida nel New Joint Endeavor for Welfare, Education, and Liberation (New JEWEL Movement, NJM tout court), un movimento di vaga ispirazione marxista, guidato da uno studente di economia laureato a Londra, Maurice Bishop, che rovesciò Gairy con un colpo di stato incruento, il 13 Marzo 1979, mentre il primo ministro stava parlando di UFOs al Palazzo di Vetro. Bishop, che per anni aveva seduto nel parlamento dell'isola come capo dell'opposizione, fu nominato primo ministro, con la prima preoccupazione di sospendere la costituzione e mettere fuori legge tutti i partiti tranne il suo. Non è chiaro se Bishop, persona fino a quel momento equilibrata e moderata, nonostante le sue idee marxiste, agisse di suo o fosse manovrato dal comitato del partito, infiltrato da agenti della DGI, di certo rimane il fatto che Grenada divenne rapidamente il secondo stato marxista dell'area dopo Cuba.

Bishop instaurò immediatamente stretti legami con Cuba, e diede il via a numerosi progetti, fra i quali i due più controversi furono senz'altro la costruzione dell'aeroporto di Salines, nella parte meridionale dell'isola, e la creazione di un nuovo esercito: il People's Revolutionary Army, PRA. L'aeroporto di Salines era ritenuto una minaccia militare dalla nuova amministrazione americana di Ronald Reagan (dalla sua pista, prevista della lunghezza di 2700 metri, potevano operare anche bombardieri pesanti), e il PRA veniva giudicato dagli oppositori uno spreco di denaro e, sostanzialmente, uno strumento di potere nelle mani del NJM.

Il 13 Ottobre 1983, vi fu un nuovo colpo di stato, a opera di una fazione del NJM guidata dal vice primo ministro Bernard Coard; pare che Fidel Castro in persona avesse ordinato il putsch, preoccupato da un riavvicinamento dell'isola agli USA. Bishop venne arrestato, ma la popolazione si riversò in strada e cercò di liberarlo dalla prigione dove era detenuto. Le guardie aprirono il fuoco uccidendo centinaia di cittadini disarmati, successivamente Bishop venne fucilato insieme a molti membri del governo che gli erano rimasti fedeli in circostanze mai completamente chiarite.

A questo punto l'esercito, comandato da Hudson Austin, formò una giunta militare e prese il potere, mettendo il Governatore Generale britannico, Paul Scoon, agli arresti domiciliari. Vennero annunciati anche 4 giorni di coprifuoco totale: chiunque fosse stato sorpreso in strada sarebbe stato immediatamente ucciso.

L'Organizzazione degli Stati dei Caraibi Orientali richiese agli Stati Uniti, Barbados e Giamaica di stabilizzare la situazione a Grenada. Si trattava di una pura formalità, perché gli USA avevano deciso di intervenire comunque, preoccupati che l'isola cadesse definitivamente nella mani di Castro, e questo benché il lider maximo, fiutando i guai nell'aria, avesse preso le distanze dai fatti di Grenada: già il 20 Ottobre, l'Avana si era dichiarata "profondamente costernata" per gli eventi dell'isola, e aveva deplorato l'inutile spargimento di sangue. Castro in persona aveva ricordato Bishop come un suo caro amico. Il 22 il dittatore dichiarò pubblicamente che i "consiglieri" cubani presenti nell'isola (ufficialmente medici e ingegneri impiegati in aiuto alla popolazione locale), non sarebbero intervenuti in caso di invasione americana (come? Brandendo bisturi e badili?, nda) se non direttamente attaccati. Addirittura il governo cubano offrì la sua collaborazione per l'evacuazione dei cittadini stranieri (soprattutto studenti americani della locale facoltà di medicina) rimasti bloccati nell'isola dagli scontri.


L'aeroporto di Salines fotografato da un satellite poche ore prima dell'attacco.

Ma era troppo tardi per fermare la macchina militare che si era messa in moto agli ordini dell'ammiraglio Joseph Metcalf III. Operation Urgent Fury, come suggerisce il nome, fu decisa con una certa precipitazione, pare che perfino i comandanti delle navi da guerra impegnate non sapessero nulla fino a 24 ore prima dell'invasione, il 22nd MAU (Marine Amphibious Unit), fu ridiretto sull'isola mentre era in navigazione verso il Libano, l'82nd Airborne e il 1st Ranger ricevette mappe turistiche perché non ne esistevano di militari, i SEALs e la Delta ebbero foto scattate poche ore prima da un SR71 inviato da Puerto Rico, non essendoci tempo per reindirizzare i satelliti spia sull'isola.

Gli imprevisti così non mancarono. Una squadra SEAL incaricata di fornire intelligence sulla pista di Salinas, non poté prendere terra poco dopo la mezzanotte del 25 Ottobre, perché nelle mappe non era segnalata una scarpata, una della Delta fu paracadutata in uno stadio di calcio anziché sull'università, mentre altre azioni andarono meglio. Le squadre SEAL col compito di mettere in sicurezza la residenza del governatore generale inglese, atterrarono impeccabilmente sul bersaglio dopo un Halo da novemila metri, i militari a guardia furono tutti eliminati senza perdite. Stesso successo ebbe l'assalto alla stazione radio del governo per impedire la diffusione di notizie sull'attacco in corso.





Paracadusti americani su Salines.




Paracadutisti americani in marcia verso St. George's.


 

Carri dei Marines. Un CH-46 abbattuto a Pearls.



"Volontari" cubani catturati dagli americani.



Rangers sbarcano da un UH-60. Sotto: un altro Sikorsky, qui al suo primo impiego operativo.





Bombardamento americano a Point Calivigny.



Obici M-102 dell'Airborne in azione contro le postazioni nemiche.



L'arrivo dei C-141 a Salines.



Rangers a Point Salines, appena sbarcati dal C-141 sullo sfondo, giunto direttamente dalla Florida.





Un binato contraereo da 23mm SU. La presenza di questi sistemi fu una sgradita sorpresa.





Due CH-46 abbattuti a Pearls nelle prime fasi dell'operazione.

L'invasione vera e propria nel frattempo era cominciata. Alle 0500L, 500 Marines delle compagnie Able e Baker, partiti dalla portaelicotteri Guam, toccarono terra presso il piccolo aeroporto di Pearls, accolti dal fuoco del PRA. Un ZU23 sovietico abbatté immediatamente un CH46 che, dopo aver scaricato le truppe stava rialzandosi, uccidendo il pilota. I marines si ritrovarono inchiodati fra le palme e la spiaggia, con le compagnie Fox ed Echo in volo a loro volta verso Pearl dalla Guam. Fu richiesto supporto a fuoco, un paio di elicotteri Sea Cobra furono inviati dalla LPH, che soppressero rapidamente il fuoco nemico, permettendo alla compagnia Echo di atterrare in sicurezza, mente Fox finì sotto il fuoco dei mortai sfuggiti ai Sea Cobra poco prima. Dopo due ore di combattimenti fu possibile muovere verso Greenville, a sud dell’aeroporto.

Alle 0534L quattro C130, appoggiati da uno Spectre, lanciarono i primi Rangers sull'aeroporto di Salines, che fu messo rapidamente in sicurezza dopo un breve combattimento costato ai GIs cinque morti e sei feriti (sconosciute le perdite fra i governativi e i cubani), per permettere l'arrivo di 800 uomini della 3rd Brigade, 82nd Airborne, direttamente da Bragg, su C141, incaricati di portare soccorso agli oltre 1000 studenti americani (e di altre nazionalità caraibiche), rimasti bloccati dai disordini seguiti al colpo di stato all'interno dei due campus, True Blu e Romeo Dog (curiosamente, Romeo Dog era il radio call dell'unità sbarcata a Baia dei Porci, nda), del St. George's Medical Center. True Blue, situato al termine della pista in costruzione dell'aeroporto, fu in realtà raggiunto e messo in sicurezza dagli stessi Rangers che avevano assaltato Salines, Romeo Dog, lontano qualche chilometro nei pressi di Grand Anse (l'isola, originariamente e per oltre un secolo colonia francese, conserva molti toponini in quella lingua), fu raggiunto nel primo pomeriggio, dopo violenti combattimenti fra l'82nd e i cubani che avevano messo blocchi stradali.

Alle 0600L, Marines della compagnia Golf provenienti dalle navi trasporto carri Manitowoc e Barnstable County, presero terra con 13 LVTPs e 5 MBTs M60, a Grand Mal, poco a nord di St George's, con l'obiettivo di raggiungere la residenza del Governatore inglese, obiettivo raggiunto solo alle 0712L del giorno seguente, dopo una serie di violenti scontri con le truppe cubane, trincerate al riparo di posizioni fotemente protette, risolto grazie all'intervento di assaltatori A7E dalla portaerei Independence, costantemente disturbati dal tiro contraereo. "Quei figli di puttana avevano un sacco di munizioni", ricorda il pilota di un Corsair, "e, perdio, le consumarono tutte per cercare di tirarci giù". Un altro CH46 e un Sea Stallion vennero infatti abbattuti.

Il 26 Ottobre passò relativamente tranquillo, gran parte della giornata fu dedicata dalle truppe americane all'evacuazione dei feriti e al rastrellamento delle località conquistate, ma all'alba del terzo giorno, 27, Rangers e Marines, con l'appoggio degli aerei della Independence, attaccarono le postazioni cubane di Fort Adolphus, Fort Matthew e la prigione di Richmond Hill, con l'appoggio degli aerei della Navy, sempre fatti oggetto di un tumultuoso, per quanto impreciso, fuoco contraereo.

Contemporaneamente, l'82nd Airborne, col supporto delle artiglierie navali e degli elicotteri armati, mosse verso le caserme di Calivigny, a est dell'aeroporto di Salines, la cui conquista, conclusa in poche ore di duri scontri, rappresentava l'ultimo degli obiettivi maggiori prefissi dal piano di invasione. Nella tarda serata, i Rangers, avendo esaurito la loro missione, lasciarono Grenada per fare ritorno nelle loro basi negli USA

Il giorno seguente, 28, i Marines e l'82nd entrarono finalmente in contatto a Ross Beach. Misero immediatamente in sicurezza St George's e facendo piazza pulita delle ultime sacche di resistenza. Rimanevano ancora piccole unità di sbandati cubani, che combatterono occasionalmente fino al 2 Novembre, quando tutti gli obiettivi potevano dirsi raggiunti. Il giorno dopo, 3, i Marines iniziarono il reimbarco sulle unità anfibie che vennero avviate sulla loro rotta originaria verso il Libano. In totale, gli americani impiegarono 1900 uomini per l'urto iniziale, che diventarono 5000 nei giorni successivi, oltre a 350 uomini forniti da da Antigua, Barbados, Dominica, Giamaica e St. Lucia e inquadrati nella cosiddetta Caribbean Peace Force (CPF), impiegati principalmente come polizia militare. A fronteggiarli, trovarono 1200 Grenadiani, 780 cubani, 49 sovietici, 24 nordcoreani, 16 tedeschi (DDR), 14 bulgari e 4 libici, dei quali solo i cubani combatterono. 599 cittadini americani, e 80 di altre nazionalità, furono evaqcuati dall'isola nei primi tre giorni, mentre le perdite ammontarono, per gli americani, a 18 caduti e 116 feriti (77 curati direttamente sulla LPH Guam, gli altri, più gravi, inviati all'ospedale della Roosevelt Roads Naval Station di Puerto Rico), sconosciute quelle del nemico, che si ritengono, comunque, molto pesanti.




BTR 60 distrutti dai combattimenti.  



Feriti americani in attesa di essere evacuati. 


 
Un AH-1 sorvola degi UH-60 parcati a Salines.



Studenti americani in attesa di salire su un C-141 per fare ritorno negli USA.


Urgent Fury fu un sussesso? Sicuramente sì, perché raggiunse gli obiettivi prefissati, compreso quello di garantire all'isola un governo democraticamente eletto, ma dal punto di vista tattico non si può dire altrettanto. La missione risultò poveramente pianificata per la semplice ragione che nessuno aveva mai pensato di intervenire a Grenada fino a poche prima, e questo con buona pace di chi sostiene che i perfidi demogiudoplutomassoni americani bramassero da anni la conquista dell'isoletta. Il problema principale, come si è visto, fu la mancanza di adeguate informazioni sul terreno e sulle forze nemiche, si riteneva che i cubani fossero operai non qualificati, medici e maestri, mentre nella realtà ci si trovò di fronte a reparti combattenti molto ben addestrati, che diedero parecchio filo da torcere al Corpo di Spedizione finché un raid dei SEALs non fece piazza pulita del loro quartier generale, a Fort Frederick. Mancando l'adeguato coordinamento, le truppe sul campo sbandarono rapidamente, consentendo un più rapido raggiungimento degli obiettivi prefissati.

Altro problema fu la messa in sicurezza degli studenti americani, i cui alloggiamenti erano suddivisi fra TRE campus, e non due come si riteneva. Infine pesò, e molto, la assoluta mancanza di un sistema di comunicazione integrato fra le varie forze armate, in pratica ogni arma aveva il suo sistema di comunicazione, quello dei marines non interagiva con quello dell'esercito, e così le comunicazioni dovevano passare tramite Washington anziché direttamente sul campo fra i comandanti delle varie unità. Si racconta che un ufficiale della Delta, per ottenere uno Spectre, dovesse fare una collect call (chiamata a credito del destinario), a Fort Bragg, dal telefono pubblico di un bar dove era asserragliato coi suoi uomini, circondato dai cubani

Bernard Coard, arrestato dai militari americani, processato per l'organizzazione del colpo di stato, fu condannato all'ergastolo (pena che continua a scontare attualmente).

Grenada ha dichiarato il 25 Ottobre festa nazionale, chiamata Giorno del Ringraziamento (Thanksgiving Day, nulla a che vedere con l'equivalente americano, ovviamente). 


Le forze in campo:

22nd Marine Amphibious Unit 
82nd Airborne Division 
21nd Tactical Air Support Squadron 
1st Battalion (Ranger), 75th Infantry 
Navy SEALs: SEAL Team Five e SEAL Team SIX 
Delta Force 
160th SOAR (A)

Amphibious Squadron Four:

Portaelicotteri da assalto anfibio Guam (LPH9),
Navi trasporto carri Barnstable County (LST1179) e Manitowoc (LST1180),
Nave da sbarco Fort Snelling (LS30),
Nave da sbarco con bacino allagabile Trenton (LPD14)


Independence Task Group

Portaerei di squadra Independence (CV62),
Incrociatore classe Leahy Richmond K. Turner (CG20),
Cacciatorpediniere classe Farragut Coontz (DDG40),
Cacciatorpediniere classe Spruance Caron (DD970), Moosbrugger (DD980),
Fregata classe Oliver Hazard Perry Clifton Sprague (FFG16),
Nave trasporto munizioni Suribachi (AE21) utilizzata come nave comando, avendo a bordo l'Invasion Tactical Planning Group.






Inoltre, furono utilizzate per il blocco dell'isola, nel timore di invio di rinforzi da Cuba:

Portaerei di squadra America (CV66),
Aliscafo lanciamissili Aquila (PHM4), Taurus (PHM3)
Fregata classe Oliver Hazard Perry Aubrey Fitch (FFG34), Samuel Eliot Morison (FFG13)
Cacciatorpediniere classe Spraunce Briscoe (DD977),
Sottomarino nucleare classe Los Angeles Portsmouth (SSN707),
Nave recupero Recovery (ARS43),
Portaelicotteri da assalto anfibio classe Tarawa Saipan (LHA2),
Cacciatorpediniere classe Charles F Adams Sampson (DDG10),

Cruiser Costal Guard Chase (WHEC-718).



BIBLIOGRAFIA:
Ronald H. Cole, Operation Urgent Fury: The Planning and Execution of Joint Operations in Grenada 12 October - 2 November 1983 Joint History Office of the Chairman of the Joint Chiefs of Staff Washington, DC, 1997

Adkin, Mark, Urgent Fury: The Battle for Grenada: The Truth Behind the Largest U.S. Military Operation Since Vietnam , L Cooper, Londra, 1989


 

Di Riccardo
Scrivi un commento - Vedi i commenti - Segnala

Presentazione

Crea un Blog

Calendario

Febbraio 2010
L M M G V S D
1 2 3 4 5 6 7
8 9 10 11 12 13 14
15 16 17 18 19 20 21
22 23 24 25 26 27 28
             
<< < > >>

Blog consigliati

Crea un blog su it.over-blog.com - Contatti - C.G.U - Segnala abusi