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22 febbraio 2009 7 22 /02 /febbraio /2009 17:47



Soldati cinesi in marcia

































Donne al fronte, probabilmente vietnamite


































Prigionieri cinesi

































Truppe cinesi in trincea prima di un attacco. Sullo sfondo un MBT Type 59



















Type 59, sostanzialmente un T55 prodotto in Cina





Truppe cinesi si preparano a un attacco



















A destra e sotto, soldati cinesi catturati dai vietnamiti












 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



Cinesi etnici arrestati dai vietnamiti con l'accusa di essere spie





















Truppe cinesi in azione






















Truppe cinesi all'assalto






































Prigioniero vietnamita interrogato dai cinesi dopo la cattura























Un altro prigioniero vietnamita. Secondo Pechino, il PLA catturò oltre 2000 vietnamiti nel corso degli scontri.























Prigioniero vietnamita depone le armi. Notare il fucile impugnato dal soldato cinese e risalente agli anni Trenta.































Prigionieri cinesi





























Prigionieri vietnamiti

















Soldati vietnamiti istruiscono la milizia contadina all'uso delle armi




























Soldati vietnamiti

















Le nuove, buone relazioni fra i due Paesi, sottolineate dalla stretta di mano fra il presidente vietnamita Nguyen Ming Triet e il cinese Hu Jintao, 2005.












 






Soldati vietnamiti e cinesi (al centro), dopo la normalizzazione delle relazioni fra i due Paesi.












La "porta della pace e dell'amicizia", al confine fra i due Paesi.
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Published by Riccardo - in Guerra Fredda
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22 febbraio 2009 7 22 /02 /febbraio /2009 16:51







Chi immaginava che la cacciata degli americani dall’Indocina avrebbe portato la pace da quelle parti, fu rapidamente deluso. La nascita alle sue frontiere meridionali di un Vietnam forte e riunificato, geloso della sua indipendenza e potenzialmente in grado di ricoprire un ruolo egemone nella penisola indocinese, destava nella Cina riflessi nazionalistici e preoccupazioni di tipo strategico. Era stata proprio la "dottrina Nixon" di disimpegno dal Vietnam, enunciata nel Luglio 1969, a suscitare nei dirigenti cinesi il timore di un allargamento della sfera d'influenza sovietica nel Sud-Est asiatico.

Isolata diplomaticamente e debole militarmente, la Cina aveva scelto di avvicinarsi agli Stati Uniti, superpotenza percepita come "declinante", nel timore che l'URSS, superpotenza in ascesa, potesse risultare in breve tempo l'unica potenza "egemone". La "dottrina Brezhnev" ventilava, un mese prima, nel Giugno 1969 l'ipotesi della formazione di un sistema di sicurezza collettivo in Asia patrocinato dai Sovietici, tanto da far paventare a Pechino una minaccia militare sovietica che dalle frontiere nord e nord-occidentali (nel Marzo ed Agosto 1969 vi erano stati gli incidenti militari sull'Ussuri e alla frontiera del Sinkiang) avrebbe potuto facilmente estendersi a quelle meridionali. Il processo di apertura al campo occidentale, avviato per iniziativa di Mao Tse-tung, portava alla Cina il riconoscimento da parte degli Stati Uniti nel 1971 e la rottura dell'isolamento internazionale con l'ingresso nelle Nazioni Unite. Dopo la visita del presidente Nixon a Pechino, nel Febbraio 1972, il fossato che separava Cina ed Unione Sovietica veniva allargato in modo decisivo dal Decimo Congresso del PCC, dove Chu En-lai, nell'Agosto 1973, condannava il "social-imperialismo" sovietico e definiva l'URSS il nemico principale della pace mondiale.

La conquista nord-vietnamita di Saigon nell’Aprile 1975 non suscitava dunque entusiasmo a Pechino. L'esercito rivoluzionario, forte di uomini, entrava in possesso del ricco arsenale sud-vietnamita, disponendo in questo modo di un notevole potenziale bellico. Il sospetto che da parte sovietica si volesse fare del Vietnam l'avamposto sud-orientale del proprio dispositivo strategico veniva suffragato dall'arrivo ad Hanoi, in Maggio, di una delegazione militare sovietica. Da parte cinese veniva denunciato immediatamente il tentativo di Mosca di ottenere dai vietnamiti la disponibilità delle basi navali ed aeree di Tan Son Nut, Cam Ranh e Da Nang, abbandonate dagli americani. Se pressioni ci furono, va ugualmente sottolineato come Hanoi vi abbia resistito per quattro anni, prima di cedervi sotto l'accresciuta minaccia militare cinese.

Sottoposto alle richieste di un maggior coinvolgimento nel sistema sovietico, il Vietnam riceveva nel contempo da Pechino sollecitazioni sempre più forti a raggiungere il campo opposto. Pur mantenendo un atteggiamento equidistante, i dirigenti vietnamiti non facevano mistero di non condividere la linea filo-statunitense intrapresa da Pechino, mentre riconoscevano all'URSS il merito di aver sostenuto la lotta del Vietnam per l'indipendenza dall'imperialismo americano. Un fattore decisivo nelle scelte politiche di Hanoi fu determinato dalla cessazione degli aiuti economici che precedentemente la Cina aveva assicurato al Vietnam in guerra. In assenza di aiuti provenienti dai Paesi occidentali o filo-americani, il Vietnam si volse necessariamente verso l'Unione Sovietica.


Le relazioni cino-vietnamite subirono dunque un processo di deterioramento sotto la spinta di fattori politici e strategici che avevano dimensioni mondiali. Contestualmente, il rapporto fra cinesi e vietnamiti poggiava su un terreno storicamente accidentato. Il costituirsi nella penisola indocinese di uno Stato vietnamita unitario e diretto da una leadership che si rafforzava all'interno rappresentava un pericolo che la Cina nel corso dei secoli aveva costantemente avvertito.

Le relazioni fra i due Paesi deteriorarono rapidamente a causa dell’adesione di Hanoi al Comecon: l’Agenzia Nuova Cina accusò Hanoi di aver imboccato la strada che l’avrebbe portata a diventare la “Cuba asiatica”; nel frattempo, le tensioni sfociarono in frequenti incidenti di frontiera.

A sud, benché comunisti vietnamiti e cambogiani avessero cooperato strettamente negli anni della guerra contro gli americani e i loro alleati, le relazioni fra Hanoi e Phnom Penh guastarono quasi altrettanto rapidamente a causa della pretesa di  Pol Pot, di aver restituite parti del territorio cambogiano arbitrariamente assegnate dai francesi al Vietnam, al momento di tracciare i confini coloniali.

 


A fianco: truppe cinesi attraversano il confine col Vietnam.


Hanoi ovviamente rifiutò, e Pol Pot rispose scatenando feroci pogrom contro la minoranza vietnamita che viveva in Cambogia (pescatori e piccoli commercianti, più che altro); più tardi, iniziò a fornire armi e assistenza ad alcuni movimenti di guerriglia che, su base etnica e tribale, si opponevano al regime di Hanoi.

Il Vietnam, in un primo momento, mosse coi piedi di piombo, preoccupato dal potente alleato dei cambogiani, la Cina, dove il dopo Mao non era ancora ben delineato. Ma vi era anche chi vedeva nelle tensioni una possibile opportunità per emergere come maggiore potenza regionale grazie alla salda posizione già acquisita nel Laos, posizione che sarebbe sicuramente uscita rinforzata dall’annessione della Cambogia, facendo di Hanoi il pivot politico e militare della regione.


Soldati vietnamiti


Nel gioco si inserirono i sovietici, ansiosi di spazzare via l’unico alleato della Cina nella regione e di dimostrare i benefici di un allineamento al Cremlino. Il ministro degli esteri sovietico, Andrej Gromiko, si recò in visita ad Hanoi nel bel mezzo di una violenta battaglia nel cosiddetto “amo da pesca”, una regione dove si era già combattuto aspramente nel 1970 contro gli americani, e  annunciò pubblicamente l’appoggio del Cremlino “al fratello e alleato popolo vietnamita contro i banditi cambogiani”. Alcune navi da guerra sovietiche visitarono nelle settimane seguenti i porti del Vietnam, rinforzando la sensazione che Mosca fosse pronta a scendere in campo militarmente a fianco dell’alleato asiatico in caso di attacco cinese.




Carro armato cinese

Alla fine del 1978, il Vietnam invase la Cambogia. Come prevedibile, le ben equipaggiate truppe di Hanoi sbaragliarono in poche ore  le raccogliticce forze dei Khmer Rouges, e, il 7 Gennaio 1979, entrarono a Phnom Penh, mettendo fine al regime di Pol Pot. Pechino accusò immediatamente il regime fantoccio instaurato dai vietnamiti di perseguitare la ricca minoranza cinese, accuse rapidamente estese al vicino Vietnam, dove i cinesi etnici, Hoa, a causa delle persistenti tensioni con la Repubblica Popolare, subivano effettivamente pesanti vessazioni., al punto che chi viveva nei pressi del confine, lo aveva riattraversato, facendo ritorno in madrepatria. La persistente tensione fra i due Paesi moltiplicò gli incidenti di frontiera, che passarono dalle fucilate scambiate fra le opposte pattuglie all’affondamento di pescherecci soprattutto nell’area delle isole Spratly, sulle quali entrambi i governi reclamavano (e reclamano) la sovranità, in un’escalation che portò infine a cruenti duelli di artiglieria il cui numero di vittime non è mai stato reso noto, ma che dovettero essere alte se trapelarono notizie di disordini fra i contadini cinesi dei villaggi nei pressi della frontiera che accusavano il governo di Pechino di non proteggerli dai vietnamiti.


Truppe cinesi entrano il capoluogo provinciale di Cao Bang, 27 Febbraio 1979

Il 15 Febbraio 1979, la Repubblica Popolare Cinese annunciò ufficialmente l’intenzione di “cacciare i lacchè imperial-revisionisti al servizio della controrivoluzione neo borghese e anti proletaria bolscevica” dalla Cambogia, ma l’unico che diede peso alla cosa fu Henry Kissinger, al quale non era sfuggito che in quei giorni scadeva il trattato di Amicizia ed Alleanza Cino-Sovietico, fatto questo che permetteva a Pechino di attaccare un alleato di Mosca senza violare alcun accordo; la confusionaria amministrazione Carter, tutta occupata a contemplarsi l’ombelico della salvaguardia dei diritti civili (e degli intrallazzi del fratello del Presidente in carica, Billy Carter), ignorò gli avvertimenti dell’ex-Segretario di Stato, e gli altri Paesi occidentali non capirono cosa stava succedendo, o non diedero peso o importanza alla cosa. Nelle ore seguenti, gli incidenti di frontiera si moltiplicarono con l’entrata in azione di cecchini cinesi che uccisero diversi civili e militari vietnamiti sparando attraverso il confine.


Un carro Type 59 cinese distrutto dai vietnamiti

Due giorni più tardi, il 17 Febbraio 1979, l’Esercito di Liberazione del Popolo (People’s Liberation Army, PLA), attraversò la frontiera con una forza stimata in un primo tempo a 200 mila uomini (cifra poi corretta a 85 mila) della Regione Militare di Kunming, accompagnati da almeno 200 MBTs (1000, nelle prime stime) forniti dalla Regione di Guangzhou (Canton): altri 600 mila uomini con circa 1000 MBTs stazionavano di rincalzo oltre il confine e furono impiegati per avvicendare le unità di prima linea e ripianare le perdite. Erano truppe che conoscevano molto bene il terreno, perché negli anni della guerra contro gli americani avevano fornito supporto di vario genere agli allora alleati, operando spesso nella parte settentrionale dell’allora Vietnam del Nord. Pechino confidava sicuramente nel fatto che il meglio dell’esercito nemico era in quel momento occupato in Cambogia, e che le forze di Hanoi, stimate dall’intelligence in 70 mila uomini per la maggior parte guardie di confine, sarebbero state spazzate via in poche ore.


Un soldato vietnamita catturato dai cinesi

Così non fu: i cinesi si trovarono di fronte oltre 100 mila regolari, senza contare le truppe di confine e la milizia locale immediatamente mobilitata dal governo di Hanoi che pure pare essere stato colto di sorpresa dall’attacco. I cinesi avanzarono di otto chilometri in poche ore per doversi poi arrestare a causa di difficoltà logistiche (i carri armati avevano finito la benzina, pare, e le colonne di rifornimento non erano ancora state organizzate). Quando tentarono di ripartire, la forte resistenza nemica li inchiodò sul posto per tre giorni, fino a che il 21, riuscirono a riprendere l’avanzata verso Cao Bang e l’importante nodo stradale di Lang Son.

Il PLA entrò a Cao Bang il 27, ma la non fu possibile mettere in sicurezza la città prima del 2 Marzo. Lang Son cadde due giorni dopo, assieme a Lao Cai. Il 5 Marzo, Nuova Cina dichiarò che la strada per Hanoi era libera e che il PLA avrebbe potuto raggiungerla in poche ore, quindi la sua missione era conclusa; entro il 16, Pechino ritirò le truppe. Il risultato strategico di forzare i vietnamiti a lasciare la Cambogia per fronteggiare la minaccia di invasione dal Nord non era stato minimamente raggiunto.


Soldato vietnamita in azione contro i cinesi

Entrambi i belligeranti si dichiararono vincitori, minimizzando le proprie perdite ed enfatizzando quelle avversarie. Le stesse stime occidentali sono piuttosto discordi: i cinesi ammettono 6900 morti e 15000 feriti, i vietnamiti, per le sole forze regolari (escluse le guardie di frontiera e la milizia territoriale) 5000 morti e 22000 feriti, ma accusano i cinesi di avere ucciso oltre 100 mila civili con bombardamenti di artiglieria indiscriminati. Secondo il Sipri, i cinesi avrebbero avuto 26 mila morti, i vietnamiti 50 mila comprese le milizie locali. Cifre più alte per Henry J. Kenny, che, in “Shadow of the Dragon, Vietnam’s continuing struggle with China and the Implications for U.S. Foreign policy”, p. 98, parla di 100 mila fra morti e feriti tra gli attaccanti cinesi, e 150-200 mila per i vietnamiti. Se queste cifre fossero confermate, si tratterebbe di un prezzo altissimo, per una guerra limitata, durata, fra l’altro, 27 giorni. Non vi sono dati sulle perdite di materiali, anche se diversi MIG nordvietnamiti furono abbattuti dalla tripla a cinese.

Soldati vietnamti durante una pausa dei combattimenti

Dal punto di vista tattico, la guerra fu, per i cinesi, un autentico disastro, al di là delle perdite effettive, dichiarate o stimate.

1)      Il PLA andò in battaglia usando tattiche ed equipaggiamenti della guerra di Corea, se non proprio della Lunga Marcia.

1) Per fare un esempio, solo gli ufficiali e pochi sottufficiali portavano fucili d’assalto, le truppe erano ancora dotate di antiquati fucili della Seconda Guerra Mondiale (i regolari nordvietnamiti avevano come arma standard l’AK47); i cinesi inoltre rinunciarono a impiegare le loro forze aeree e navali sia per il supporto tattico che per quello logistico. Le ragioni di questa rinuncia non sono chiare, ma pesarono pesantemente sulle operazioni.



2)
     
Altro grosso problema furono i trasporti e la logistica, assolutamente inadeguata: si dice (ma non è mai stato confermato) che i ricognitori americani, nel corso della guerra, abbiano ripreso file interminabili di coolies impiegati a portare i rifornimenti alle truppe di prima linea. Qualunque sia la verità, rimane il fatto che le colonne motocorazzate cinesi ebbero continui problemi di approvvigionamento di carburante e munizioni, che solo parzialmente poté essere risolto col saccheggio delle risorse nelle aree conquistate. I vietnamiti, per contro, dimostrarono di avere messo a segno la lezione imparata combattendo gli americani, e arrivarono perfino a utilizzare proficuamente gli elicotteri catturati al Sud nel 1975 per rifornire le proprie truppe in prima linea oltre che per evacuare i feriti, e, pare, per il supporto a fuoco.

3)      Le trasmissioni, sia a livello tattico che di comando divisionale, furono assolutamente inadeguate: i sistemi di trasmissione erano pochi, mal distribuiti e spesso risultarono non funzionanti per problemi di manutenzione. Si ricorse così a portaordini che, spesso, viaggiavano in bicicletta.

4)      La catena di comando risultò essere troppo complessa e burocratizzata; in più, la tipica struttura comunista scoraggiava qualsiasi iniziativa personale sul campo, occorrevano ore per avere l’appoggio dell’artiglieria nel settore e nel modo desiderato. Da notare che, all’epoca, la Cina era, assieme all’Albania, l’unico Paese al mondo nelle cui forze armate non esistevano gradi.

5)      Le mappe distribuite alle truppe erano vecchie, in alcuni casi pare risalissero all’inizio del secolo, piene di imprecisioni, non era disponibile ricognizione aerea e nemmeno FACs.

6)      Il materiale in dotazione, prodotto da industrie cinesi, risultò di scarsissima qualità.


7)   Infine, i cinesi si trovarono a fronteggiare un nemico bene armato, bene addestrato, con una catena di comando solida e provata, e, soprattutto, fiducioso nelle proprie capacità avendo combattuto con successo tre guerre in altrettante decadi.



Un MIG21 abbattuto dai cinesi. Nella foto piccola, in basso a destra, il pilota, catturato.

Dal punto di vista strategico la guerra può invece considerarsi vinta dalla Cina: essa impartì a Mosca ed Hanoi l’amara e sanguinosa lezione che Pechino era disposta a ricorrere anche a mezzi estremi per difendere i suoi interessi nell’area; il permanere di truppe cinesi, il rafforzamento del dispositivo militare che arrivò a contare nove armate ammassate lungo i confini del Vietnam, oltre alla trasformazione dell’isola di Hainan in una autentica fortezza piena di soldati, navi ed aerei da combattimento, costrinse il governo di Hanoi a dislocare una grossa parte delle sue forze armate nel settore minacciato, sottraendole al fronte cambogiano dove sarebbero state utili alla lotta contro la guerriglia, ponendo in ultima analisi una seria ipoteca sulla sconfitta dei vietnamiti.




Un CH47 vietnamita carica rifornimenti per le truppe al fronte

La Guerra ha lasciato un’eredità pesante, non solo distruggendo l’alone romantico che avvolgeva i Paesi comunisti agli occhi dei rivoluzionari da salotto europei, ma ebbe conseguenze geo-politiche ancora non molto ben delineate a distanza di trent’anni. Sicuramente, la constatazione di avere forze armate assolutamente inadatte a condurre operazioni militari contro un esercito moderno e determinato spinse Pechino a moderare i toni e l’aggressività nei confronti di Taiwan. In Vietnam oltre alle perdite umane, si dovette lamentare la terra bruciata fatta dai cinesi in ritirata: il PLA distrusse sistematicamente i villaggi, le strade, i ponti, le infrastrutture di ogni genere, perfino le risaie e gli altri campi coltivati, prima di riattraversare il confine.



Le distruzioni della guerra

I vietnamiti aumentarono le pressioni sui cinesi etnici, che alla fine migrarono in massa dando luogo al fenomeno dei “boat people”: oggi, la maggior parte di quei profughi vive, generalmente bene integrata, in Australia, Stati Uniti, Canada e nei Paesi dell’Europa settentrionale. Pochi scelsero di andare in Cina, anche se, in anni recenti, alcuni hanno fatto ritorno attratti dalle possibilità economiche.





Scambio di prigionieri

Hanoi chiese scuse ufficiali alla Cina per anni, senza mai ricevere risposta. Dopo la normalizzazione delle relazioni fra i due Paesi, avvenuta in seguito alla repressione cinese di Tian An-men (fortemente appoggiata dal governo vietnamita), la richiesta è stata lasciata cadere nel dimenticatoio.

Nel Dicembre 2007, l’annuncio della costruzione di un’autostrada e di una ferrovia per unire Hanoi a Kumming e la creazione di una zona economica comune, sembra avere messo fine alla rivalità.



Il monumento vietnamita ai caduti della guerra con la Cina

E l’URSS? Mosca non uscì bene dalla guerra, nonostante le sue roboanti dichiarazioni di appoggio al fratello e amico popolo vietnamita barbaramente aggredito dall’imperialismo cinese, tutto quello che fece il Cremlino nei giorni dei combattimenti, fu di attivare un ponte aereo coi grossi An-22 Antei del 566° Reggimento di Trasporto Aereo (Солнечногорск, dal nome della città vicino Mosca sede del reparto), gli unici in grado di volare senza scalo e senza rifornimento aereo attraverso la tortuosa rotta che li costringeva ad evitare lo spazio aereo cinese,  per rifornire gli alleati. Si disse la prudenza sovietica fosse stata dettata dalla consapevolezza di avere un certo numero di ICBMs cinesi puntati sulle proprie città, ma è forse più probabile che abbia prevalso anche in seno alla sciagurata dirigenza degli ultimi anni di Brezhnev la volontà di non provocare un conflitto mondiale dalle conseguenze, oltre che dai risultati, imponderabili.




BIBLIOGRAFIA:

 

Kenny, Henry, “Shadow of the Dragon, Vietnam’s continuing struggle with China and the Implications for U.S. Foreign policy,” Washington D.C: Brassey’s, Inc., 2002,

Dunnigan, J.F. & Nofi, A.A. (1999). Dirty Little Secrets of the Vietnam War. New York: St. Martins Press

Clodfelter, Michael. Vietnam in Military Statistics: A History of the Indochina Wars, 1772–1991 McFarland & Co., Jefferson, NC, 1995



 

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15 febbraio 2009 7 15 /02 /febbraio /2009 17:49






Sotto il termine Ribellione dei Moro, vanno considerate le operazioni militari americane nel cosiddetto territorio Moro, un’area (cfr cartina) abitata da diverse etnie, i Tausug, i Maranao, i Maguindanaoan, e i Banguingui fra le principali, di religione musulmana. Il nome che i suoi abitanti davano a quell’area era in realtà Bangsamoro, dal termine malese banga, patria, ma gli spagnoli preferirono chiamarlo Moro, con riferimento alla parola spagnola che indicava in genere gli islamici.

Gli storici radicali tendono a considerare la Ribellione Moro come parte, o estensione, dell’insurrezione delle Filippine, da loro chiamata guerra Filippino Americana, ma si tratta di una realtà che va completamente scorporata dalla precedente; anche la frammentazione etnica e tribale dell’area, rende il termine ribellione impreciso, le truppe americane non si trovarono mai a fronteggiare un movimento di insurrezione unito, ma tutta una serie di azioni che vanno dalla rivolta popolare al terrorismo alla guerriglia, compiuti su base etnica, più che religiosa, e spesso estremamente localizzati sul territorio.


Il Sultano Jamal ul-Kiram,  con l'abito scuro, in una foto colorata negli anni Venti



Benché gli spagnoli abbiano colonizzato le Filippine a partire dai primi anni del XVI Secolo, ebbero sempre un controllo solo nominale sul Bagsamoro. Le etnie musulmane dell’arcipelago di Sulu e di Mindanao, resistettero fieramente a ogni tentativo di conversione al cattolicesimo. L’impervietà del territorio, isole montagnose e vulcaniche coperte di fitta vegetazione tropicale, impedirono alle truppe spagnole di spingere il loro controllo nell’interno, e si risolsero a tenere solo alcune guarnigioni costiere, dalle quali partivano occasionali spedizioni punitive verso l’interno. Soltanto nel 1876, dopo oltre tre secoli di dominio coloniale, gli spagnoli riuscirono a conquistare la città di Jolo, sede del Sultano di Sulu. Due anni dopo, le autorità coloniali e il sultano segnarono un accordo che risulta però difforme nella versione spagnola e in quella tausug (la lingua parlata dall’etnia di Sulu). Mentre nella prima si sostiene che la Spagna ha completa sovranità, nella seconda si parla di “protettorato” anziché di colonia. E nella realtà gli spagnoli non tentarono mai di imporre leggi o altre usanze alla popolazione dell’isola, limitandosi a riscuotere le tasse e a controllare il commercio, tutto il resto fu lasciato all’autorità del Sultano.


Nonostante questa discutibile “sovranità”, la Spagna non esitò a cedere i territori Bagsamoro agli Stati Uniti col Trattato di Parigi, che mise fine alla Guerra Ispano Americana del 1898. E quando le truppe americane raggiunsero le uniche due guarnigioni spagnole della zona, quella di Jolo il 18 Maggio 1899, e quella di Zamboanga il 4 Dicembre successivo, i comandanti spagnoli cedettero agli americani la “piena sovranità” del territorio, come se la avessero in effetti mai esercitata.

I problemi emersero immediatamente, anche per l’evidente disappunto manifestato dal sultano di Sulu, Jamalul Kiram II al governatore militare americano generale John C Bates: egli aveva sperato di riguadagnare piena sovranità con la partenza degli spagnoli. Così non era, ma il generale Bates aveva istruzioni di trovare un accordo col sultano per garantire agli americani la neutralità delle etnie islamiche negli scontri in corso in altre parti dell’arcipelago. Alla fine fu siglato un accordo, il cosiddetto Bates Treaty, che conteneva però la medesima imperfezione di quello spagnolo: il testo inglese parlava di colonia, quello tausug di protettorato. E, benché sulla carta il trattato garantisse piena sovranità agli americani, esso fu criticato duramente in patria perché assicurava troppa autonomia al Sultano; in particolare era permesso di praticare la schiavitù, cosa che fece sorgere più di qualche critica. Bates, molto onestamente, ammise che il trattato era un mero espediente, siglato solo nell’attesa che l’insurrezione al nord fosse stroncata e le truppe potessero essere dispiegate al sud.


Hadji Butu Abdul Bagui, consiugliere del Sultano di Sulu. Personaggio carismatico e moderato, cercò l'accordo con gli americani che garantivano la libertà di culto, a differenza dei cattolici filippini e spagnoli


Bates era un militare, non un politico, e non si rese conto di alcuni problemi insiti nella natura del trattato. In teoria, il sultano di Sulu era la massima autorità riconosciuta nel Bagsamoro, ma il sultanato di Maguindanao era indipendente e autonomo, e riconosceva la supremazia di quello di Sulu solo in materia religiosa e di relazioni internazionali, ma non di politica interna. Non solo: in realtà, il sultano di Sulu aveva meno potere di ciascuno dei maggiori datto (capi tribù) dell’arcipelago, ed essi non erano stati inclusi nel negoziato, e, in pratica non lo riconobbero.

Problemi peggiori a Mindanao: il distretto del lago Lanao, fu diviso fra oltre duecento datto, mentre l’area di Catabato era sotto il controllo di uno solo di loro, Ali. Altri, oltre al sultano di Sulu e quello di Maguindanao, approfittarono del vuoto di potere lasciato dagli spagnoli: 32 autoproclamati sultani avanzavano richieste sulla base dell’uti possidetis.

Il Trattato comunque garantì la neutralità Bangsamoro nell’insurrezione delle Filippine (in molti casi, anzi, i datto furono lieti di fornire scout e ausiliari contro gli odiati cattolici che li avevano perseguitati per secoli). Le forze americane nell’area vennero organizzate nel Distretto Militare di Mindanao-Jolo, al comando del generale Bates. Le sue forze erano esigue, giusto due reggimenti di fanteria, che garantivano solo la messa in sicurezza del quartier generale di Zamboanga e il territorio circostante, non certo l’intera area teoricamente assegnata.


2 Gennaio 1900: Hadji Butu Abdul Bagui (secondo da sinistra, in piedi), accanto al governatore americano di Sulu, maggiore Owen J Sweet.

Il 20 Marzo 1900, Bates fu avvicendato dal generale William A Kobbe, e il Distretto di Mindanao-Jolo fu elevato al rango di Comando regionale. Le truppe furono rinforzate dall’arrivo di un terzo reggimento, e diverse città, fra le quali Jolo, furono presidiate da una guarnigione americana, che costrinse gli insorti filippini (cattolici, l’area non era interamente islamizzata) a ripiegare sulle montagne. Kobbe si impegnò anche nella lotta alla pirateria (benché le navi americane non venissero assalite per via di un tacito accordo), e allo schiavismo, praticata da alcuni datto musulmani che da essi ricavano grossi profitti.


Tre datto di Sulu, 1899

Alcuni non meglio identificati fuorilegge (secondo la dizione americana dell’epoca, outlaws) attaccarono avamposti americani, in alcuni casi usando kamikaze ante litteram chiamati juramentados: dallo spagnolo juramentar, prestare giuramento. A differenza dei malesi amok, che uccidevano sia musulmani che indù o cristiani, i juramentados attaccavano solo i cristiani al grido "La ilaha il-la'l-lahu", c’è un solo dio, e, benché non votati al suicidio, proibito dal Corano, cercavano la loro parang sabil (via del paradiso) uccidendo più nemici possibile anche a prezzo della loro vita, come succedeva regolarmente quando attaccavano un distaccamento militare dotato di armi da fuoco. Addestrati intensamente per la missione che dovevano compiere, imbottiti di droghe e armati solo di qualche coltellaccio da giungla, non esitavano a lanciarsi urlando contro le colonne americane, riuscendo a uccidere anche due o tre soldati prima di venire abbattuti. Sembravano insensibili alle pallottole, continuavano ad avanzare benché coperti di ferite, spesso il loro apparire faceva scappare i soldati più inesperti. La Colt .45 M1911, pare, fu creata su specifica dello US Army che voleva un’arma in grado di fermare uno di questi ossessi con un solo colpo.

Kobbe ordinò quindi che le milizie dei datto fossero disarmate, ma la priorità alla lotta agli insorti filippini (cattolici), rinviò l’esecuzione del progetto.

I guerriglieri filippini nell’area erano comandati da un certo generale Capistrano, che si arrese agli americani il 27 Marzo 1901, dopo che questi ultimi (con l’aiuto dei musulmani) gli avevano fatto la terra bruciata intorno. Pochi giorni dopo, Emilio Aguinaldo veniva catturato a Luzon, mettendo fine alla fase forse più cruciale dell’insurrezione, che di fatto perse di intensità, permettendo agli americani di inviare truppe al sud, dove iniziarono la lotta ai datto ribelli che non avevano messo fine alla schiavitù e alla pirateria.



Il comando americano a Jolo

Il 13 Agosto 1901, Kobbe fu avvicendato dal generale George W Davis, che adottò una condotta più soft del suo predessore, pur continuando la lotta alla pirateria e alla schiavitù. Furono stabiliti contatti più pacifici con quei datto che accettavano il controllo americano, e le loro forze non vennero più disarmate come aveva fatto Kobbe.

Uno degli ufficiali di Davis, il capitano John J Pershing, (avrebbe comandato le truppe americane in Europa nella Prima Guerra Mondiale, guadagnando il soprannome di Black Jack), assegnato alla guarnigione di Iligan, riuscì a stabilire buone relazioni con le popolazioni di etnia Malano sulle rive settentrionali del lago Lanao, e quindi con l’ex sultano di Madaya, Ahmai Manibilang. Personaggio di grande influenza, benché deposto dagli spagnoli pochi anni prima, la sua amicizia assicurò agli americani il controllo dell’area.


John Joseph "Black Jack" Pershing

Non tutti gli ufficiali di Davis avevano le capacità diplomatiche e umane di Pershing, purtroppo. Diversi veterani delle guerre indiane, riversarono sui Moro il principio guida delle campagne contro i pellerossa (il solo indiano buono è quello morto), e coniarono il neologismo “civilizziamo i Moros con un Krag (dal nome del Krag-Jørgensen, che nelle versioni fucile e carabina era arma standard dello US Army. I cecchini lo avrebbero usato fino alla Seconda Guerra Mondiale per la sua precisione). Il risultato fu tre imboscate sanguinose contro truppe americane al di fuori dell’area di influenza di Manibilang, più una serie di attacchi portati dai juramentados, che spinse il governatore militare delle Filippine, generale Adna R Chaffee, a ordinare, il 13 Aprile 1902, ai datto la consegna dei responsabili.

Una spedizione punitiva fu guidata da un esaltato col grado di colonnello, Frank S Baldwin, che attaccò a testa bassa una sorta di fortino Moro in quella che è conosciuta come battaglia di Pandapatan o Bayan, rimediando 18 morti in pochi minuti di scontro. Il giorno dopo Baldwin tornò all’attacco e riuscì a irrompere coi suoi soldati nella fortificazione, dove seguì un massacro spaventoso, dovuto al fanatismo dei Moro e al fatto che essi portavano con sé mogli e figli nelle fortificazioni, chiamate localmente pandita.


Il massacro di Bud Dajo

Baldwin acquartierò le sue forze un miglio a sud di Pandapatan, e Davis gli assegnò Pershing come G2 e responsabile delle relazioni coi Moro, garantendogli una sorta di veto sulle azioni del pur superiore di grado Baldwin. La decisione si rivelò provvidenziale poco tempo dopo, bloccando Baldwin che voleva attaccare le fortificazioni costruite dai sopravvissuti di Pandapatan a Bacalod. Pershing lo avvertì che così facendo si rischiava di creare un forte sentimento anti americano in tutte le popolazioni circostanti, mentre l’interesse americano era di isolare la minoranza ostile. Baldwin dovette obbedire, ma chiese di essere avvicendato per non vedersi scavalcato da un semplice capitano.


Moros della regione del Lago Lanao, circa 1900

Il 4 Luglio 1902, il Presidente Theodore Roosevelt proclamò la fine delle ostilità nelle Filippine, "eccetto nell’area abitata dalle tribù Moro, dove il cessate il fuoco non sarà applicato”, benché Pershing, fedele alla sua politica di buon vicinato coi Moro, invitò oltre 700 indigeni di religione musulmana a festeggiare coi suoi ufficiali la fine delle ostilità. Quello stesso mese, Davis fu promosso e rimpiazzò Chaffee come governatore militare dell’arcipelago, e il suo posto come comandante della regione di Mindanao-Jolo fu preso deal generale Samuel S Summer.



Moros della regione del Lago Lanao con soldati americani, 1900


Nel Settembre 1902, Pershing poté guidare la spedizione contro la tribù ribelle Macui, che si risolse in un totale successo grazie alla collaborazione dei datto coi quali aveva stabilito rapporti amichevoli. E il 10 Febbraio 1903 Sajiduciaman, sultano dei Bayan, un tempo ostile agli americani e sconfitto nella battaglia di Pandapatan, dichiarò Pershing datto, l’unico americano a ricevere questo onore. La cosa non fu priva di risvolti semi comici. Quando, in Aprile e Maggio 1903, Pershing guidò una nuova spedizione, nota come la marcia attorno il lago Lanao, che culminò nelle importanti battaglie di Bacolod e di Taraca, nel corso delle quali gli americani ottennero la resa delle ultime etnie ostili dell’area: alcuni Moro ostili si avvinarono alla colonna del maggiore Robert L Bullard, che seguiva le truppe di Pershing a un giorno di marcia, dichiarando che, giacché Pershing era un juramentado, essi dovevano marciare con la bandiera bianca per dimostrare che non erano in guerra con lui, mentre in un’altra occasione, un datto locale propose a Bullard un’alleanza per scalzare Pershing dalle sua posizione e guadagnare prestigio e comando sull’intera area del lago Lanao.


Moro Tausug a bordo di una nave da guerra americana, 1900

Il 3 giugno 1903 fu creata la Provincia Moro, che comprendeva “tutti i territori delle Filippine a sud dell’ottavo parallelo esclusa l’isola di Palawan e la parte nordorientale della penisola di Mindanao”. Benché la provincia avesse un governo civile, molte posizioni, compreso quella di governatore e dei suoi vice, erano occupate da militari. Le ragioni erano diverse, e fra queste l’ostilità dei Moro era solo una e nemmeno la più importante. La verità era che i capi Moro, col loro sistema di concezione feudale, non si sarebbero mai sottomessi a un civile, né avrebbero rispettato un soldato sottomesso a dei civili.


Ribelli Moro, 1904

La provincia fu divisa in cinque distretti: Cotabato, Davao, Lanao, Sulu, e Zamboanga, a loro volta frammentate in numerose circoscrizioni su base tribale, ognuna delle quali era diretta da un datto con compiti di governatore e da alcuni datto minori come vice governatori, rappresentanti della legge e capi della milizia. Il sistema aveva il vantaggio di cooptare la struttura della società Moro, basata su legami parenterali, preparando però contemporaneamente la strada per una società di tipo democratico occidentale, dove fosse la carica, e non la persona, a governare.

Il 6 Agosto 1903, il generale Leonard K Wood, fu nominato governatore del Dipartimento di Mindanao-Jolo. Costui, si sentiva personalmente offeso dal feudalesimo tipico della società Moro, dalla pratica della schiavitù e della poligamia. Per di più si trovava a fronteggiare seri problemi con la sua carriera militare, in quanto il grado di Maggiore Generale era obiettivo di una violenta disputa al parte del Senato degli Stati Uniti, cui all’epoca spettava il compito di riconoscere le promozioni dei militari di grado superiore. La necessità di dimostrare la sua bravura di comandante, unita alle sue idee personali, lo portarono a stroncare con eccessiva durezza dispute minori che avrebbero potuto essere risolte con un minimo di diplomazia alla Pershing. Il suo periodo in carica corrisponde con la fase più cruenta della Ribellione dei Moro, anche se gli va riconosciuto l’indubbio merito di avere gettato le basi della pacificazione dell’area..

Wood, come governatore, promulgò numerose riforme.


• Dietro sua raccomandazione, adducendo il pretesto dei continui attacchi pirateschi (mai diretti a naviglio americano, peraltro) e occasionali attacchi di juramentados, gli Stati Uniti abrogarono unilateralmente il Trattato Bates,. Il sultano di Sulu fu retrocesso al rango di capo religioso, con meno potere di numerosi datto suoi sottoposti; il governo degli Stati Uniti gli riconobbe uno stipendio come “cappellano islamico”, e il controllo sul Bangsamoro fu assunto direttamente dal governatore militare americano.

• La schiavitù fu abolita. Wood annunciò che ogni schiavo era “libero di lasciare il proprio padrone e di costruire una casa per sé ovunque desiderasse” e fu garantita protezione militare per ogni schiavo liberato che avesse voluto farlo. Simili azioni erano già state intraprese in passato da comandanti locali, ma solo dopo aver raggiunto un accordo coi datto locali, che Wood invece scavalcò d’autorità.

• Il codice civile Bangsamoro fu modificato. Durante la dominazione spagnola, i Moro sistemavano le loro questioni legali secondo i loro usi e costumi, la legge spagnola interveniva solo nel caso che una delle parti fosse cristiana, il che portava a una sorta di doppia legislazione per cui un Moro che uccideva un cristiano rischiava la forca, ma se uccideva un altro Moro se la cavava pagando una multa alla famiglia dell’ucciso. Wood tentò di modificare la consuetudine, ma essa tropo radicata nel costume locale, e aveva troppe varianti etniche, senza contare che l’ultima parola sperava al datto locale. Wood tentò di imporre il codice penale filippino, a sua volta ispirato alle leggi americane, ma l’attuazione della misura si dimostrò quanto mai difficile e impopolare.

• Fu introdotta la proprietà privata, soprattutto per aiutare gli schiavi liberati. Ogni famiglia ricevette 40 acri (circa 16 ettari) di terra da coltivare. I datto ricevettero maggiori appezzamenti in ordine al loro stato sociale, e il commercio dei terreni era sottoposto al controllo del governatore per prevenire frodi e ricatti.

• Venne varato anche un sistema scolastico. Nel Giugno del 1904 c’erano già 50 scuole con una media di 30 studenti per ciascuna. A causa della difficoltà di trovare insegnanti madrelingua, le classi venivano tenute in inglese, e gli insegnanti, spesso di etnie non locali, anche se musulmani, venivano istruiti in quella lingua. Molti Moro guardarono con sospetto a quella creazione, ma altri fornirono gli edifici per le scuole.

• Fu inoltre incoraggiato il commercio, combattendo la pirateria e il banditismo che ne erano i principali nemici. Il relativo benessere che ne derivò, sia ai datto locali che ai commercianti che alla popolazione che poteva disporre di beni di consumo prima sconosciuti o rari (e quindi costosissimi), portò a una minore opposizione della presenza americana.



Armi catturate ai Moro


D’altronde Wood agì maldestramente sul piano militare. Sul finire del 1903 tentò di replicare le spedizioni di Pershing nella regione di Lanao, ma fu costretto ad abbandonare per l’ostilità degli ex alleati e per fronteggiare la rivolta di Hassan, potente datto dell’isola di Jolo. Subito dopo, Wood dovette combattere la rivolta del datto Ali, che aveva ignorato il decreto antischiavitù e fatto massacrare dai juramentados diversi soldati americani. La caccia all’uomo durò oltre due anni, culminando nelle battaglie di Siranaya e di Malalag, che sconfissero definitivamente Ali di cui non si seppe più nulla. Nel corso di questa campagna, vi fu la battaglia di Bud (monte, in lingua tausug) Dajo, nel corso della quale, fra il 5 e il 7 Marzo 1906, circa 1000 uomini, donne e bambini Moro che avevano trovato rifugio in un cratere vulcanico, furono massacrati dalle truppe americane. Benché fosse una vittoria di indubbia potenza sul movimento Moro, fu anche un disastro dal punto di vista delle pubbliche relazioni, soprattutto in patria, dove la propaganda radicale, guidata dalla American Anti-Imperialist Imperialist League di Mark Twain e Andrew Carnegie, parlò apertamente di comportamento criminale.


Il 1 Febbraio 1906, il generale Tasker H Bliss, rimpiazzò Wood come comandante del Dipartimento di Mindanao-Jolo. Bliss fece un primo tentativo accomodante nei confronti dei Moro, evitando di guidare spedizioni punitive contro i ribelli, anche al costo di lasciare fuori controllo tutte le aree che non erano presidiate da militari americani, che, d’altronde, proprio in quel periodo, svilupparono una tattica ben congegnata per impedire gli attacchi dei juramentados. Il morto veniva avvolto in una pelle di maiale e spesso irrorato di alcol (un peccato sprecare così del buon bourbon, ricorda l’ammiraglio Daniel P Mannix, allora semplice tenente, ma serviva eccome!), così da non poter raggiungere il paradiso (chissà, forse funzionerebbe anche oggi, nda).

L’11 Novembre 1909, John J Pershing, diventato generale, assunse l’incarico di governatore militare della provincia Moro. Fu il terzo, e l’ultimo, militare a occupare la carica. Come governatore, varò diverse riforme.

• Pershing distaccò i Philippine Scouts e i Philippine Constabulary, fino a quel momento usati come ausiliari dalle truppe americane, in piccoli distaccamenti nell’interno, affidandogli compiti di controllo del territorio tipici di una miliazia rurale. Ciò portò a una riduzione del banditismo e della pirateria che permise lo sviluppo dell’agricoltura e del commercio, migliorando la situazione economica della popolazione.

• Semplificò il sistema legale, espandendo la giurisdizione dei tribunali locali, su base etnica, ai quali veniva affiancato un procuratore americano. La riforma fu accolta con simpatia dai Moro, perché era semplice, veloce (il complicato sistema americano importato e imposto da Wood obbligava ad attendere fino a due anni per ottenere una sentenza anche per la più semplice delle dispute), e, fondamentalmente, rispettava i loro usi e costumi.

• Permise la costruzione di moschee.

• Accettò l'uso di servitù in cambio di vitto, alloggio e protezione, purché il servo non fosse costretto a quella pratica, che per gli americani era schiavitù.

• I contratti di lavoro furono riformati per venire incontro ai costumi locali. I Moro, assolutamente ignari dei costumi e delle nozioni occidentali di lavoro, erano portati all’assenteismo, più che altro per motivi familiari (feste, compleanni e altro per partecipare ai quali non chiedevano nessuna autorizzazione al datore di lavoro).

• Le misure adottate da Pershing portarono a una notevole espansione dell’economia. I tre principali prodotti della regione, la copra, la canapa e il legname pregiato delle foreste tropicali, raddoppiarono il volume di affari nei primi tre anni, e i Moro iniziarono a depositare soldi in banca per la prima volta nella loro storia.

• Furono create stazioni di commercio situate anche all’interno, dove i Moro potevano vendere i loro prodotti non deperibili e acquistare generi a prezzo controllato, prevenendo così per la prima volta nella storia delle isole le speculazioni condotte solitamente dai commercianti di etnia cinese o comunque cattolici nei momenti di crisi.


Moro Constabulary (anche nella foto sotto)


Il controllo dell’ordine pubblico si rivelò di più difficile attuazione, il banditismo essendo parte della cultura locale da secoli. Pershing attese che il Genio terminasse di costruire le strade di cui aveva necessità per far muovere le truppe e le forze di polizia che avrebbero protetto la popolazione, quindi ne ordinò il disarmo, dopo aver convocato una riunione di tutti i datto locali, molti dei quali si trovarono d’accordo con lui. Il commercio aveva portato un benessere fino allora sconosciuto, e la parte più progressista dei datto era d’accordo che il banditismo andasse combattuto anche se ciò costava la rinuncia a una vecchia tradizione locale.



La resistenza al disarmo fu tuttavia molto forte, soprattutto nel distretto di Jolo, e portò alla seconda battaglia di Bud Dajo (che Pershing gestì con maggiore tatto della precedente, pur sterminando senza troppa misericordia i ribelli), e in quella di Bud Bagsaak (11-15 Giugno 1913), che Pershing guidò personalmente e portò all’uccisione di 2000 combattenti Moro (oltre a 196 donne e 340 bambini). Fu l’ultima battaglia combattuta nel Bangsamoro.

Pershing, ora poteva passare la mano ai civili, pur col paerere contrario di Washington. Avendo compreso a fondo la cultura locale, si era reso conto che un’amministrazione civile sarebbe stata bene accetta ai Moro, che stimavano e rispettavano i militari in quanto combattenti,ma al contempo trovavano incomprensibili i loro continui avvicendamenti. Per i loro costumi individualistici e basati sui legami familiari, un cambio di amministrazione significava anche un cambio di regime, cosa che li gettava nello sconforto assoluto. Per questa ragione, e battendosi duramente, Pershing chiese — e ottenne — governatori civili che rimanessero però in carica il più a lungo possibile. Nel Dicembre di quello stesso anno, la transizione all’amministrazione civile fu completata quando Pershing fu rimpiazzato da un civile, il governatore Frank J Carpenter.



La ribellione dei moro poteva dirsi conclusa.

Le perdite da parte americana non furono particolarmente pesanti, i caduti in azione in tutto ammontarono a 130, con 323 feriti, mentre altri 500 militari morirono di malattia, principalmente colera e febbre gialla. I Philippine Scouts dovettero lamentare 116 caduti e 189 feriti in azione, mentre i Philippine Constabulary ebbero perdite più pesanti, dato il loro impiego nella lotta al banditismo: 727 morti e 1200 feriti. Non si conoscono le perdite fra i Moro, che sono comunque stimate fra i 10 e i 20000 (i soliti radicali isterici portano il totale a mezzo milione, ma quella era la popolazione totale dell’area all’inizio della Ribellione), con un numero sconosciuto di feriti.

Dulcis in fundo, negli anni Trenta, quando appariva ormai chiaro che gli Stati Uniti avrebbero concesso l’indipendenza alle Filippine, una delegazione Moro, guidata dal sultano di Sulu, si recò a Washington per chiedere di rimanere sotto protettorato americano, giacché le autorità civili statunitensi garantivano il diritto di culto e alcune tradizioni locali, cosa che i politici filippini, provenienti dalle file più fondamentaliste della "fede" cattolica, non parevano intenzionati a fare.

La Ribellione dei Moro divenne anche soggetto di un film, non molto rispettoso dei particolari storici (si vedono guerriglieri islamici affaccendati a seppellire al collo nei formicai prigionieri americani perché siano spolpati vivi dalle formiche, ma quella era una pratica seguita dai buoni guerriglieri cristiani; i musulmani trattarono sempre dignitosamente i propri prigionieri americani, i maltrattamenti furono sporadici e non è segnalata tortura) e credo inedito in Italia, The Real Glory, diretto da Henry Hathaway nel 1939, starring Gary Cooper.



BIBLIOGRAFIA:

• Mythe, Donald. Guerrilla Warrior: The Early Life of John J. Pershing
• Vandiver, Frank E. Black Jack: The Life and Times of John J. Pershing.













Lo stemma del Quarto Reggimento di Cavalleria americano ricorda la battaglia di Bud Dajo: un vulcano verde e un kris, pugnale locale, sovrastato dalla sciabola gialla della cavalleria americana

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15 febbraio 2009 7 15 /02 /febbraio /2009 14:17

L’Insurrezione delle Filippine, che alcuni storici definiscono la Guerra Filippino-Americana, insanguinò l’arcipelago asiatico negli anni fra il 1898 e il 1902, con uno strascico fino al 1913.


Tutto iniziò il 7 Luglio 1892, quando Andrés Bonifacio, massone e impiegato postale di Manila, fondò il Katipunan (Kataas-taasang, Kagalang-galangang Katipunan ng mga Anak ng Bayan, Suprema e molto onorevole società dei figli della nazione, in tagalog) con lo scopo di portare le isole all’indipendenza dal dominio coloniale spagnolo e instaurarvi un governo di tipo liberalsocialista. Il Katipunan guadagnò rapidamente consensi, portando a una prima insurrezione contro gli spagnoli nel 1896. Leader politico carismatico ma al contempo estremamente sprovveduto e pessimo comandante militare, Bonifacio fu sconfitto dagli spagnoli nella battaglia di San Juan del Monte, oggi quartiere di Manila, e il suo posto preso, dopo un processo sommario e una altrettanto frettolosa esecuzione, da Emilio Aguinaldo.

Personaggio ambiguo e di non facile decifrazione, Aguinaldo era un tipico rappresentante della élite borghese cinese (il 10 per cento della popolazione dell’arcipelago è originario del sud della Cina). Collaborò con gli americani e infine coi giapponesi, e si salvò dal capestro, a fine guerra, solo perché riconosciuto insano di mente. La sua presa di potere ha, in effetti, i connotati del colpo di stato, il modo sbrigativo e privo di scrupoli con cui si liberò di Bonifacio contiene il tòpos del caudillo sudamericano, la sua crudeltà (secondo alcune fonti, peraltro mai confermate, fece impalare Bonifacio) è da signore della guerra, e i suoi metodi spregiudicati e tipicamente stalinisti (accusò l’avversario di essersi impossessato di fondi, in realtà temeva che una repubblica indipendente guidata dal socialisteggiante impiegato postale avrebbe privato la borghesia, di cui era espressione, di importanti privilegi).


Nell’Agosto 1897, il governatore generale della corona, Fernando Primo de Rivera, intavolò una trattativa segreta con Aguinaldo, il quale accosentì ad abbandonare la lotta armata e ad andare in esilio a Hong Kong intascando la modica somma di 800 mila dollari (dell’epoca!). Aguinaldo lasciò le Filippine nel Dicembre successivo e tramite la stampa della colonia britannica condannò pubblicamente la rivoluzione filippina ed esortò, quanti ancora combattevano a deporre le armi. Appello inascoltato, ma la rivolta senza il suo capo militare migliore (le doti militari di Aguinaldo erano indubbie, la sua caratura morale è un’altra discussione) languì.

Il 15 Febbraio 1898 l’incrociatore americano Maine esplose misteriosamente mentre era all’ancora all’Avana, nella allora colonia spagnola di Cuba. L’incidente, mai completamente chiarito (nel 1950 si stabilì che aveva cause naturali, ma che non possono escludere un sabotaggio), portò alla guerra Ispano-Americana, e Aguinaldo fece ritorno nelle Filippine con la squadra dell’ammiraglio Thomas Dewey, salpata proprio da Hong Kong il 25 Aprile. Secondo quanto da lui dichiarato, Aguinaldo combatté con le truppe americane sbarcate a Manila, mentre secondo altre fonti se ne rimase al sicuro nelle navi americane alla fonda nella rada.

Il 12 Giugno Aguinaldo dichiarò l’indipendenza delle Filippine, secondo alcune fonti sempre da bordo di una nave americana in rada a Manila, città che fu conquistata dalle truppe americane il 13 Agosto successivo, dopo che il governatore generale Fermin Jaudenes si era accordato con l’ammiraglio Dewey e con il generale Wesley Merritt. Agli irregolari filippini non fu permesso di entrare in città nel timore che si abbandonassero a violenze contro gli spagnoli. Nonostante gli accordi di pace di Parigi, siglati il 10 Dicembre 1898, concedessero le Filippine agli USA in cambio di un’indennità di 20 milioni di dollari, Aguinaldo proclamò la Repubblica delle Filippine e fu eletto primo e unico presidente di essa in maniera assai discutibile (votò meno dell’uno per cento della popolazione delle isole, e i Moro, e altre etnie musulmane del sud, rifiutarono in blocco la Repubblica ritenuta ostile in quanto Aguinaldo era cattolico fervente).



La notte del 4 Febbraio 1899 un soldato filippino fu ucciso da una sentinella americana in circostanze mai completamente chiarite. Le proteste della popolazione furono represse duramente dalle truppe americane guidate dal generale Arthur Mac Arthur (padre di Douglas, il vincitore del Giappone), che uccisero 2000 persone. Aguinaldo fuggì sulle montagne a nord di Manila e lasciò il compito di contrastare gli americani al suo migliore generale, Antonio Luna. Fece anche stilare una sorta di dichiarazione di guerra che fu affissa dappertutto e recitava più o meno come segue:

Ordino e comando
1) che gli americani siano trattati come nemici, nei limiti previsti dalle leggi di guerra
2) che gli americani catturati siano trattati come prigionieri di guerra
3) che il congresso ordini e accordi la sospensioni delle garanzie costituzionali
4) che copia di questa sia consegnata al console americano.



Soldati filippini nei pressi di Manila


Il 2 Giugno 1899 il Congresso filippino dichiarò guerra agli Stati Uniti, ma questi ultimi non la riconobbero mai come tale, così come non avevano mai riconosciuto Emilio Aguinaldo presidente, ritenendone l’operato illegittimo e frutto di elezioni non rispettose della volontà popolare. Aguinaldo in effetti non era particolarmente amato, benché una retorica nazionalista sorta negli anni Cinquanta quando gli USA si rifiutarono di far pressione sul Giappone perché pagasse i danni di guerra, lo hanno presentato come una sorta di Garibaldi locale. Si sapeva dei soldi intascati per andare a Hong Kong e del suo rimanersene nascosto sulle navi americane per tutta la durata dei combattimenti, nonché la sua fuga al primo sparare delle armi americane. Forse Emilio Aguinaldo era stato un tempo un valoroso combattente, ora non lo era più. E montava la popolarità del generale Luna, che contrastò efficacemente le truppe americane pur essendo inferiore di uomini e potenza di fuoco.


Utah Volunteer Light Artillery in azione nei pressi di Manila, ca. 1899


E Aguinaldo assassinò anche Luna, tre giorni dopo la dichiarazione di guerra. Lo attirò in una località remota, lontano dai suoi soldati, e lo fece uccidere dai suoi sicari (secondo alcune fonti fu impalato pure lui, dopo il taglio dei genitali che gli furono conficcati in bocca). Aguinaldo pur condannando pubblicamente il delitto non fece mai nulla per arrestarne i responsabili, anche perché questi avrebbero sicuramente rivelato il loro mandante.

Gli americani sembrano esser stati presi in contropiede dall’insurrezione filippina, tuttavia i loro comandanti sul posto reagirono ad essa energicamente. Alla fine di Febbraio 1899 Manila era tornata completamente sotto il loro controllo, e gli insorti sbandati o costretti a ritirarsi sulle montagne. Il 23 Aprile gli americani batterono duramente i filippini, guidati dal pur valido generale Gregorio del Pilar, nella battaglia di Quingua. In Giugno, come abbiamo visto, fu ucciso il generale Luna, capace e popolare comandante, ma fu in seguito alla pesante disfatta patita al ponte di Zapote il 13 Giugno successivo, che i filippini capirono di non poter affrontare le truppe americane in campo aperto anche quando superiori di numero (a Zapote, erano il doppio degli americani), e quindi si convertirono alla guerriglia, decisione che la perdita anche di Gregorio del Pilar, caduto nella battaglia del passo di Tirad (2 Dicembre 1899), fu avvertita come l’unica percorribile anche da Aguinaldo, contrario a usare questa tecnica che, riteneva, avrebbe portato solo sofferenze inutili ai civili. Secondo i suoi critici invece, era convinto che avrebbe causato danno ai suoi amici latifondisti della borghesia cino filippina e alla chiesa cattolica, proprietaria parimenti di vasti appezzamenti di terreno a mezzadria.


Fifth Oregon Volunteers, zona di Manila, ca. 1900




Infatti gli americani per combattere la guerriglia ricorsero a tecniche già conosciute e collaudate: deportazione dei contadini dalle aree infette e loro concentrazione all’interno di villaggi fortificati dove poteva esserne controllata l’attività, distruzione dei raccolti, delle mandrie, dei sistemi di irrigazione, sempre mantenendo costante la pressione militare sulla guerriglia: a fronte di un corpo di guerriglieri valutabile fra gli 80 e i 100 mila uomini, male armati e peggio equipaggiati, l’Esercito americano schierò fino a 74 mila uomini con armamento pesante (al quale sono da aggiungere i distaccamenti dello US Marine Corps che scendevano dalle navi quando necessario, non essendone all’epoca previsto l’impiego estensivo che se ne fa oggi), oltre a un corpo di ausiliari filippini reclutati fra le etnie non cinesi e musulmane e gli strati più poveri della popolazione che arrivò a comprendere oltre 250 mila uomini.



Marinai sul ponte dell'incrociatore USS Olympia (C-6) in azione nelle acque filippine durante la guerra


In aggiunta a questo, gli americani ricorsero a rastrellamenti continui e capillari delle aree dove veniva segnalata attività insurrezionale, interrogando spesso pesantemente i sospetti. La tortura dell’acqua, per fare un esempio, benché ufficialmente condannata dai comandanti americani come il generale Elwell Otis e il citato Mac Arthur, veniva comunemente praticata dai Philippine Constabulary, una sorta di milizia di polizia armata e addestrata dagli americani, assieme a una primo, rudimentale uso della corrente elettrica per infliggere elettroshocks. A questo, i filippini risposero trucidando diversi prigionieri americani, si parla di soldati ritrovati bruciati vivi, crocifissi, impalati, sepolti al collo dentro formicai e fatti spolpare vivi dalle voraci formiche tropicali, mutilati di occhi, lingua, genitali e sale sparso sulle ferite (vi sono stati anche casi di prigionieri americani trattati correttamente, comunque, a due di essi fu chiesto di fare da padrini di battesimo di un comandante guerrigliero locale ai quali entrambi poi regalò un orologio). Atrocità chiama atrocità, gli americani iniziarono ad abbattere i filippini che si arrendevano con un colpo alla nuca (spesso dopo avergli tagliato i genitali e averglieli infilati in bocca), diversi scout presero l’abitudine di scotennare gli avversari e portare gli scalpi appesi alla cintura, ci furono fucilazioni di massa, alcuni villaggi vennero incendiati senza permettere agli abitanti di prendere il minimo dalle capanne, in almeno un caso un bambino fu infilzato nella baionetta da un volontario del First Nebraska (all’epoca i reparti americani erano formati su base regionale), senza contare che le navi da battaglia della Marina spesso bombardavano indiscriminatamente dal largo le aree dove veniva segnalata attività insurrezionale.


Caduti filippini nei pressi di Manila


Una serie di rovesci militari, nel 1900, portò il presidente Mac Kinley a valutare l’opzione del ritiro delle truppe dalle Filippine, anche per la pressione esercitata dalla American Anti-Imperialist League, guidata da Mark Twain e Andrew Carnegie, che si opponeva con forza all’annessione dell’arcipelago, e non smetteva di ripetere che gli Stati Uniti mai e poi mai dovevano divenire una potenza coloniale, ma solo garantire l’autodeterminazione al popolo filippino. Altri, come il Senatore della South Carolina Benjamin Tillman, si opponevano con vigore all’annessione dell’arcipelago nel timore che esso avrebbe rovesciato una valanga di non-bianchi negli USA. Queste, e altre posizioni di contrasto alla guerra, avevano dalla loro l’opinione pubblica per nulla soddisfatta dall’andamento delle operazioni militari, e in un anno di elezioni il Presidente in carica non poteva non tenerne conto.


Sentinelle americane nei pressi di San Juan,  periferia di Manila

Sul campo, e al di là delle sconfitte dovute a reparti poco addestrati e peggio comandati, le cose non andavano poi così male. La popolazione civile filippina era allo stremo, e l’eterogenea armada di Aguinaldo stava perdendo il collante che la teneva assieme. L’indignazione per il comportamento delle truppe americane, non poteva far dimenticare che la società proposta da Aguinaldo e dai suoi, era una variante moderna del feudalesimo, una Repubblica cioè, retta dagli ilustrados e dai principales, un’oligarchia formata da capi locali, latifondisti e uomini d’affari. I brevi contatti pacifici con le truppe americane, avevano fatto scoprire al popolo filippino l’esistenza di una società più egalitaria di quella propugnata dagli ilustrados e dai principales. La variopinta frammentazione etnica, tribale e religiosa dell’arcipelago aveva fatto il resto. Morti Luna e del Pilar, Aguinaldo, con un passato pesantemente compromesso e un presente altrettanto discutibile, si trovò privato degli uomini migliori per tenere unito il suo esercito, che cominciò così a sfaldarsi, avendo scoperto, quegli umili contadini, di non voler morire per una nuova servitù della gleba. Le diserzioni aumentarono, mente le truppe americane e gli ausiliari filippini incalzavano sempre più da vicino Aguinaldo, che venne infine catturato dalle truppe del generale Frederick Funston il 23 Marzo 1901 dopo che gli scout ne avevano scoperto il covo nei pressi di Palanan, un villaggio nella valle del fiume Cagayan, nella parte nord orientale di Luzon.


Soldati americani e civili filippini


Esistono varie versioni della sua cattura, una di queste pretende che Aguinaldo trattò la sua resa agli americani, e per salvare la faccia inscenò una cattura nel corso della quale furono uccise le sue guardie del corpo, secondo un’altra versione fu scoperto da scout filippini di religione islamica che lo odiavano in quanto cattolico fervente, secondo una terza versione, gli scout erano di etnia Ibanag, oppositori storici sia dei cinesi che dei Tagalog alla base delle formazioni militari di Aguinaldo, pur essendo cattolici come loro, una quarta propugna che furono gli abilissimi scout americani che avevano tracciato Geronimo non molti anni prima a mettergli il sale sulla coda (e in effetti le truppe migliori nella controguerriglia si rivelarono quelle che avevano già combattuto contro i pellerossa negli anni precedenti), anche se agli storici appare più semplice e probabile che Aguinaldo sia stato denunciato dalla popolazione civile stremata dai continui rastrellamenti americani, terrorizzata dai bombardamenti navali, affamata dal blocco costiero e dalla distruzione delle risaie nonché dall’abbattimento degli animali domestici.
Il 1 Aprile 1901, nel palazzo di Malacañang, a Manila, Aguinaldo giurò fedeltà alla Costituzione e alle leggi degli Stati Uniti, e annunciò pubblicamente la fine della rivoluzione filippina, invitando i suoi seguaci ancora liberi a deporre alle armi e a consegnarsi agli americani. “In questi mesi passati sulle montagne”, disse, davanti ai giornalisti, “ho capito che l’unica cosa che porta la guerra è distruzione e sofferenza per il popolo, sofferenza e distruzione che devono cessare quindi per il bene tutto del popolo filippino”.



Mitragliatrice Gatling in azione nei pressi di Pasay, 1900

La cattura di Aguinaldo pur infliggendo un severo colpo alla guerriglia filippina, non portò alla cessazione delle ostilità. Il generale Miguel Malvar assunse il comando delle operazioni e affrontò gli americani in campo aperto attaccando diversi centri abitati nella regione di Batangas. Nell’isola di Samar, il generale Vincente Lukban continuò la guerra con altrettanta determinazione, la stessa che misero gli americani, nello stroncarla, agli ordini di un energico veterano delle guerre indiane, il generale James Franklin Bell. Egli, guidando personalmente sul campo i suoi uomini, ingaggiò una feroce lotta senza quartiere contro i guerriglieri filippini, incalzandoli senza sosta, privandoli dell’appoggio popolare con la terra bruciata, il blocco navale delle coste che impediva ogni commercio e perfino la pesca, e i continui, incessanti rastrellamenti affidati agli ausiliari filippini scelti nelle etnie antagoniste di quelle della zona di operazioni.


Soldati del Fifth Idaho Volunteers osservano dei caduti filippini nella valle del fiume Cagayan, circa 1900

Malvar si arrese a una pattuglia americana il 13 Aprile 1902, assieme agli ultimi tremila uomini che gli erano rimasti (tutti gli altri erano stati uccisi o avevano disertato o erano stati catturati, quasi sempre su segnalazione della popolazione civile esausta per la guerra).

Fu il colpo di grazia all’insurrezione. Dopo Malvar numerosi altri capi guerriglieri si arresero coi loro uomini dietro promessa, fatta da Bell, che ci sarebbe stata un’amnistia per tutti, o scomparvero nel nulla, come il citato Lukban. Il 2 Luglio 1902 il Segretario della Guerra poté dichiarare terminata l’insurrezione, e due giorni dopo, Theodore Roosevelt, successo nella carica presidenziale a MacKinley, assassinato un anno prima, proclamò l’amnistia per tutti coloro che avevano preso parte alle ostilità.





1st Nebraska Volunteers in azione a San Juan del Monte, 5 Febbraio 1899

Secondo alcuni storici di corrente radicale, i combattimenti continuarono fino al 1913 e citano al proposito migliaia di scontri e rese di reparti ribelli. In realtà molti reparti di guerriglieri dopo la resa o la cattura dei loro capi principali sbandarono e si diedero al brigantaggio. Un reparto agli ordini di un certo colonnello Simeon Ola, implorò gli americani di essere preso prigioniero per venire sfamato, il 25 Settembre 1903. Rimasti isolati nella impervia regione di Bicol, si erano nutriti per mesi con radici e bacche e della rara selvaggina edibile che potevano prendere con le trappole e i lacci, avendo esaurito le munizioni delle armi da fuoco, e, alla vista dei soldati americani si erano gettati letteralmente ai loro piedi.


Diverso il caso di Macario Sakay, che si proclamò generalissimo nel sud dell’isola di Luzon, e tentò di fondare la Repubblica Katalugan, basata cioè sui principi originari Katipunan, chiamando a sé diversi sostenitori fra i contadini impoveriti dalla guerra e attratti dal suo sogno socialisteggiante. Dopo alcuni anni di guerriglia nella zona, fu catturato e impiccato dagli americani nel 1907, e il suo movimento sbandato.


1st Idaho Volunteers a San Pedro de Macati, 1900

Per qualche anno proliferarono anche alcuni gruppi religiosi, formati pure questi da poveri contadini e sorretti da fervore messianico: i pulajanes, i colorum, i Dios-Dios, e altri, che affrontavano le Maxims dei soldati americani a mani nude, spesso sotto effetto di droghe e comunque convinti che le immagini della Madonna e gli agimat e gli anting-anting (amuleti religiosi tribali) che portavano con sé, li avrebbero protetti dalle pallottole. Erano guidati da leaders carismatici, uno dei quali, Dionisio Seguela, detto Papa Isio, sarebbe diventato famoso anche negli USA. Catturato da una pattuglia americana che era convinto di poter convertire con la sola forza del suo sguardo, morì in carcere nel 1911.


Soldati del 14° Fanteria di linea, in azione a Pasay, 5 Febbraio 1899

Una a una queste bande furono spazzate dalle truppe americane o dai Philippine Constabulary cui gli americani lasciavano sempre più i compiti militari meno impegnativi. Le ultime azioni da parte di una banda di fanatici religiosi, sono segnalate nel Marzo 1913, e quella data viene considerata comunque la cessazione dell’insurrezione delle Filippine.

La guerra ufficiale, quella finita il 4 Luglio 1902, provocò la morte di 4196 soldati americani, 1020 dei quali per effettiva azione nemica, gli altri per malattia, principalmente febbre gialla, tifo tropicale e colera. 2930 uomini furono feriti, mentre i Philippine Constabulary lamentarono oltre 2000 caduti in azione e almeno 10 mila feriti. I ribelli uccisi furono almeno 16000 (secondo alcune fonti, peraltro scarsamente attendibili, si arriva a 150000). I civili morti per colpa della guerra, furono almeno 250000 (un milione, secondo fonti radicali, contando anche una violenta epidemia di colera che imperversò nell’arcipelago per tutta la durata delle ostilità, dovuta anche all’impoverimento delle condizioni di vita seguita ai continui rastrellamenti e al blocco navale americano). E questo senza tener conto della ribellione dei Moro del sud, del quale parleremo un’altra volta.


Artiglieria americana in azione a Pasay, 5 Febbraio 1899
























L’insurrezione delle Filippine è ricordata nel monumento al Corpo dei Marines e da due decorazioni, la Philippine Campaign Medal e la Philippine Congressional Medal.












































BIBLIOGRAFIA: Brian McAllister. The Philippine War 1899-1902. University Press of Kansas 2000



























Permettetemi di chiudere con una chicca, la poesia scritta da Rudyard Kipling pare proprio per celebrare le truppe americane che combattevano nelle Filippine.

The White Man's Burden

Take up the White Man's burden--
Send forth the best ye breed--
Go bind your sons to exile
To serve your captives' need;
To wait in heavy harness,
On fluttered folk and wild--
Your new-caught, sullen peoples,
Half-devil and half-child.

Take up the White Man's burden--
In patience to abide,
To veil the threat of terror
And check the show of pride;
By open speech and simple,
An hundred times made plain
To seek another's profit,
And work another's gain.

Take up the White Man's burden--
The savage wars of peace--
Fill full the mouth of Famine
And bid the sickness cease;
And when your goal is nearest
The end for others sought,
Watch sloth and heathen Folly
Bring all your hopes to naught.

Take up the White Man's burden--
No tawdry rule of kings,
But toil of serf and sweeper--
The tale of common things.
The ports ye shall not enter,
The roads ye shall not tread,
Go make them with your living,
And mark them with your dead.

Take up the White Man's burden--
And reap his old reward:
The blame of those ye better,
The hate of those ye guard--
The cry of hosts ye humour
(Ah, slowly!) toward the light
"Why brought he us from bondage,
Our loved Egyptian night?"

Take up the White Man's burden--
Ye dare not stoop to less--
Nor call too loud on Freedom
To cloak your weariness;
By all ye cry or whisper,
By all ye leave or do,
The silent, sullen peoples
Shall weigh your gods and you.

Take up the White Man's burden--
Have done with childish days--
The lightly proferred laurel,
The easy, ungrudged praise.
Comes now, to search your manhood
Through all the thankless years
Cold, edged with dear-bought wisdom,
The judgment of your peers.





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15 febbraio 2009 7 15 /02 /febbraio /2009 11:55





Fino all'ultimo giorno di guerra, e, in qualche caso, anche dopo, intere nazioni rimasero prigioniere dei nazisti: Norvegia, Danimarca, l'Italia e la Iugoslavia settentrionali, gran parte della Cecoslovacchia, le isole della Manica e alcune enclaves in territorio francese, come i porti di Lorient e St Nazaire, che capitolarono il 9 Maggio 1945. Le popolazioni di ognuno di questi territori vissero esperienze fra il terribile e l'atroce, ma una merita in particolare di essere ricordata, perché quasi sconosciuta: quella olandese.


Tra il Novembre 1944 e il Maggio successivo, 4 milioni e mezzo di persone attraversarono un'ordalia non dissimile da quelle, assunte a icona della barbarie nazista, dei ghetti ebraici dell'Est europeo, Varsavia, Lodz e altri. Nel corso di quei sei mesi, in Olanda, il tasso di mortalità infantile raddoppiò, e triplicò quello dei neonati. Dodicimila persone morirono per fame, altre 20-30 mila come conseguenza delle incursioni aeree alleate contro le basi missilistiche tedesche, 5-7000 nei campi di prigionia, almeno 30 mila in quelli di lavoro. Dei 2800 civili olandesi uccisi per rappresaglia dai tedeschi, 1560 furono fucilati o impiccati in quel lugubre inverno.

Quello che gli olandesi chiamarono De Hongerwinter, l'Inverno della Fame, è, probabilmente, la sola carestia avvenuta in tempi recenti in un Paese moderno e già all'epoca avviato alla post-industrializzazione. La ben documentata esperienza ha permesso agli scienziati di avere un quadro chiaro e meticolosamente delineato sugli effetti della carenza di cibo a danno della salute umana. Si è così scoperto che i bambini nati da donne incinte all'epoca della carestia, avevano maggiori, e altissime, probabilità di sviluppare diabete, obesità, disturbi cardiovascolari, microalbuminuria e altre malattie metaboliche. I bambini in questione, erano, come logico aspettarsi, più piccoli della normalità, sia al momento del parto che una volta sviluppati. Ma la sorpresa avvenne quando si poterono studiare i loro figli, e si scoprì che anche questi erano più piccoli del normale, come se la carestia avesse innescato un meccanismo epigenetico. Altre ricerche hanno dimostrato che i bambini che si trovavano al secondo trimestre di gravidanza delle madri durante la carestia, manifestavano un'elevata incidenza di schizofrenia e disturbi border line, oltre a un aumento dei casi di autismo.

  

 

Nel 1939, come già nel 1914, l’Olanda aveva tentato di salvarsi dal conflitto con una dichiarazione di neutralità, ma Hitler non era il Kaiser, e le sue armate, nel Maggio 1940, misero fine a ogni illusione. Eppure, dopo la sconfitta militare e la fuga della famiglia reale a Londra, la vita ritornò sorprendentemente normale, nel Paese dei mulini a vento; le istituzioni, e anche la popolazione civile, accettarono senza particolari difficoltà l’autorità tedesca. Esisteva un piccolo movimento di resistenza, ma la maggior parte della sua attività era concentrata nel mettere in salvo gli aviatori alleati abbattuti: il terreno pianeggiate e relativamente spoglio mal si prestava all’attività insurrezionale vera e propria. Gli oppositori preferivano lasciare clandestinamente il Paese, piuttosto che cercare una morte sicura nelle file della Resistenza.

Nonostante Anna (in realtà Annelies Marie) Frank e i suoi familiari siano riusciti a sfuggire ai nazisti per oltre due anni nella soffitta di Amsterdam, la brutale realtà fu che praticamente tutti gli ebrei olandesi vennero identificati, deportati e uccisi. Dei 117 mila deportati, solo 5500 fecero ritorno alle loro case, e, in tutto, 20 mila scamparono l’Endlösung der Judenfrage. “Quando cominciavano a rastrellare gli ebrei”, ricorda un olandese allora ventiduenne, “la gente diceva: non è possibile, non ci posso credere, non possono fare una cosa del genere. Ma dopo un po’ ci fecero l’abitudine”.

Per la maggior parte della popolazione, la vita proseguiva in maniera normale. “Non c’era tè, non c’era caffè, e alcuni erano in pericolo, ma un sacco di altra gente continuava ad andare in bicicletta la domenica con la famiglia, a giocare a tennis, il mangiare non mancava. Alcuni di noi furono sorpresi dalla disponibilità e cortesia dei tedeschi, perfino delle SS” . E gli olandesi ricambiarono quella cortesia, 25 mila di loro combatterono per la Wehrmacht, mentre meno della metà indossarono l’uniforme dell’Olanda Libera. In un rapporto inviato a Londra dai Servizi Segreti nel 1944, si legge “la scoperta che la liberazione avrebbe aumentato le difficoltà per via della vicinanza del fronte e dei combattimenti, è stata motivo di grave delusione tra una larga percentuale di cittadini olandesi, creando una vasta fascia di malcontento che potrebbe portarci a dover considerare i civili olandesi come ostili” .


La verità, una delle verità nascoste della Seconda Guerra Mondiale, è che la maggior parte della popolazione olandese accettò a malincuore la propria sorte di “liberati”. “Non ce la passavamo troppo male, niente a che vedere con quello che dovevano subire i russi o i polacchi e perfino i francesi, il coprifuoco delle 20 era un semplice fastidio, nulla di più” . La realtà è che l’Olanda era la società borghese forse più istintivamente ordinata d’Europa, il rispetto per l’autorità costituita, qualunque fosse, era assoluto. E i tedeschi trattarono in maniera civile chi piegava il capo. Una donna olandese, allora ventenne, ricorda che gli ufficiali tedeschi cedevano sempre il posto alle signore sui treni e su mezzi pubblici in generale, e quando fu investita da una camionetta guidata da un soldatino sbronzo, il comandante andò a trovarla in ospedale con fiori e cioccolatini e si scusò profondamente per l’accaduto .

Sarebbe tuttavia sbagliato scambiare la generale acquiescenza degli olandesi con un genuino entusiasmo: quando il governatore generale tedesco, l’odiato Arthur Seyss-Inquart (Seyß-Inquart, secondo la vecchia grafia), impose a tutti gli studenti universitari di sottoscrivere un giuramento di fedeltà al regime nazista, solo un’esigua minoranza obbedì. Tutti gli altri dovettero abbandonare gli studi.

A sinistra. Arthur Seyss-Inquart, Reichskommissar dell'Olanda occupata. La foto è stata fatta durante il processo di Norimberga, al termine del quale, sarà condannato a morte. Sentenza eseguita il 16 Ottobre 1946



Il 17 Settembre 1944, primo giorno dell’operazione Market Garden, 28 dei 30 mila ferrovieri olandesi scesero in sciopero, bloccando le vie di comunicazione. La reazione tedesca fu dura, i capi dello sciopero furono imprigionati e morirono, alcuni sotto tortura, altri fucilati. Alle attività partigiane si rispose con la medesima ferocia dimostrata in altri territori occupati. L’omicidio di un capitano dell’Abwehr, il 23 Ottobre ad Amsterdam, fu punito con la fucilazione di 29 ostaggi. Il 4 Novembre, i tedeschi fecero saltare con il municipio di Heusden, provocando la morte di 134 persone che vi erano rifugiate dalle loro case distrutte da un bombardamento alleato. Il fallimento di Market Garden e la stasi del fronte, portarono a un brutale giro di vite da parte degli occupanti, complice anche la sensazione di essere stati traditi dalla popolazione che avevano trattato con tanta civiltà. A ciò si aggiunga che i combattimenti avevano parzialmente distrutto la rete viaria rendendo difficoltosi i collegamenti e il trasporto delle derrate, che la quasi totalità del materiale rotabile sopravvissuta a Market Garden era stata requisita dalla Wehrmacht per uso esclusivamente militare al fine di trasportare truppe da e per il fronte, e che l’inverno 1944-45 fu durissimo.

La situazione peggiorò rapidamente. Ad Amsterdam, c’era gas solo per novanta minuti al giorno, si abbatterono alberi, staccionate, furono divelte le traversine ferroviarie e tranviarie, i mobili fatti a pezzi, sparirono perfino le porte non indispensabili, i morti furono tolti dalle bare per utilizzarne il legname per riscaldarsi. Niente tram, telefono, elettricità, per qualsiasi cosa si facevano code interminabili. Si evitavano le lunghe camminate per non consumare le scarpe, bene ormai introvabile.



A destra: il generale Johannes Blaskowitz, comandante le truppe tedesche in Olanda. Si suicidò in carcere nel 1948.



A Novembre, la razione settimanale di cibo era scesa a 300 grammi di patate, 200 di pane, 28 di legumi, 5 (c-i-n-q-u-e) di carne e altrettanti di formaggio: complessivamente circa 900 calorie, un terzo di quanto indispensabile in quel rigido inverno. Si mangiava minestra di ortica, pane di pula; cani e gatti, e perfino topi e piccioni scomparvero rapidamente, divorati da chiunque fosse in grado di prenderli.

Il primo ministro olandese in esilio, supplicò Bedell-Smith di liberare il suo Paese prima dell’arrivo dell’inverno, mentre il principe Bernardo d’Olanda, capo delle forze di Olanda Libera, tentava la medesima opera di persuasione a Londra. Eisenhower rispose freddamente che la strategia alleata doveva essere guidata da criteri militari, non da considerazioni politiche o, peggio, umanitarie.


I volti della fame



























Nel frattempo, con l’avvicinarsi del fronte e similmente con quanto accaduto in altri Paesi, vi fu un boom di arruolamenti nella Resistenza: prima di Natale, vi erano, nel Paese dei mulini a vento, 5000 partigiani combattenti, supportati da almeno 30 mila fra informatori, corrieri, tipografi clandestini, oltre a una rete di fuga molto bene organizzata, che riuscì a portare in salvo, spesso con inventiva e coraggio da far impallidire una storia romanzata, gli ultimi ebrei e quasi tutti i piloti alleati abbattuti nel territorio olandese. E fino all’ultimo, i tedeschi uccisero senza pietà chiunque fosse sospettato di far parte della Resistenza. “Per anni avevamo ascoltato i soldati tedeschi marciare per le nostre strade cantando i loro inni. Nell’inverno del 44 nessuno cantava più. Capimmo che qualcosa si era rotto irrimediabilmente”.



“Una nazione di antica civiltà è minacciata di distruzione dalla barbarie nazista”, comunicò a Londra la Resistenza, nel Gennaio 1945. “Chiediamo aiuto al mondo libero. Resisteremo”. Ma l’Europa era piena di gente che chiedeva a gran voce di essere salvata dalla barbarie nazista, e gli alleati occidentali, che già faticavano a rendersi conto del caso ebraico, dedicarono ben poca attenzione a quello olandese. Churchill, Roosevelt e Eisenhower sostenevano unanimi che tutto doveva dipendere dalla sconfitta del Terzo Reich, fonte di ogni male: distrarsi da quell’obiettivo per portar soccorso a una categoria di vittime del nazismo, qualunque essa fosse, poteva solo distrarre dall’obiettivo finale, facendo, in ultima analisi, il gioco di Hitler. Forse avevano ragione, ma era duro da accettare per chi stava morendo di stenti.




Si cucina quello che c'è, si mangia tutto...






L’”irraggiungibile vicinanza” (sono parole di Henry van der Zee nel suo libro) degli alleati era un autentico tormento. Il rombo dell’artiglieria era vicino, pochi chilometri dalle case, non passava giorno che i cacciabombardieri alleati non scendessero a mitragliare a volo radente treni, veicoli, perfino i soldati in bicicletta. La gente guardava con invidia gli aerei che tornavano verso l’Inghilterra, dove ad attendere l’equipaggio c’erano uova, salsiccia, caffè, succo d’arancia. Un B17 caduto in un canale, fu assaltato da una torma di persone alla ricerca di cioccolato, caramelle, gomma da masticare, latte condensato: sessantanni dopo, Ted van Meurs ricorda ancora di aver visto uno dei partecipanti al saccheggio addentare una barretta di cioccolato senza aver nemmeno tolto la stagnola che l’avvolgeva. Il giorno di Natale del 1944, alle finestre delle cucine del comando tedesco di Amersfoort, furono appese, a derisione della popolazione affamata, decine di oche, che furono poi consumate dai militari della Wehrmacht. Gli arti amputati ai feriti venivano gettati per strada perché gli affamati potessero cibarsene, anche se gli olandesi negano sia mai accaduto. La Croce Rossa internazionale mandava delle scorte di viveri, ma i nazisti ne ostacolavano con ogni mezzo la distribuzione. Gli olandesi ricordavano come, nel 1918, quando Germania e Austria erano ridotte alla fame dopo la sconfitta, molti bambini tedeschi e austriaci furono inviati in Olanda per essere curati e nutriti. E chissà, si diceva, che fra gli affamatori di oggi non vi fosse qualche piccolo di allora.



















Hongertochten, le marce della fame





Gli espedienti, come rubare rape e carote dagli orti dei vicini, o cercare di dar da credere al negoziante di avergli già consegnato il buono di razionamento, erano diventati uno stile di vita. Si andava in bicicletta per le campagne nelle cosiddette Hongertochten (marce della fame) in cerca di qualche fattoria cui chiedere cibo in cambio di gioielli, orologi, spille, pellicce, capi di abbigliamento pregiati. A volte si legava alla bicicletta un carrettino sul quale si caricavano i mobili da scambiare, preziosi mobili e pendole d’antiquariato passarono di mano per una manciata di patate o un po’ di burro o qualche uovo.

In Gennaio la razione quotidiana scese a circa 500 calorie. “Chi ha fame grida”, scrisse il 30 Gennaio un giornale, “ma chi muore di fame tace”. E sull’Olanda era calato un profondo e cupo silenzio. La gente se ne stava chiusa in casa per risparmiare le energie, le scuole erano chiuse per mancanza di riscaldamento, industria e commercio fermi. Nelle strade silenziose (solo i tedeschi e i collaborazionisti avevano veicoli a motore), si innalzavano cumuli di spazzatura brulicanti di topi, non essendoci mezzi per rimuoverli. Esaurite le rape e le carote, la gente cominciò a nutrirsi dei tulipani. In quell’inverno, ne furono consumati oltre 150 milioni. “Prendete un litro d’acqua”, consigliava una ricetta, “una cipolla, sei bulbi, sale, un cucchiaino d’olio e del surrogato di curry. Rosolate la cipolla nell’olio con il curry, aggiungete l’acqua, e quando bolle, gettateci dentro i bulbi”. Il risultato era semplicemente raccapricciante, ma forniva qualche caloria e una manciata di vitamine.

Jan de Boer, uno dei nove figli di un docente universitario dell’Aia, notò una mattina dalla finestra di casa un cavallo macilento defecare sulla neve. Poco dopo rimase sbigottito nel vedere un passante scendere quasi a tuffo dalla bicicletta, accovacciarsi e rovistare nello sterco ancora fumante alla ricerca di qualche granaglia non digerita, che si ficcava direttamente in bocca . L’allora sedicenne Willem van den Broek non sognava avventure esotiche e belle ragazze, ma pane, salame, formaggio, cioccolato, caramelle. “Ho imparato che l’essere umano è uno stomaco con un corpo intorno”, dirà anni dopo. C’è chi ricorda di avere masticato zolle di terra alla ricerca di larve o di formiche…

A risentire maggiormente delle privazioni furono, come è facile immaginare, i bambini. Il peso medio di un quattordicenne, era 41 chili nel 1940, ma solo 37 alla fine della guerra, e la statura media si era abbassata di due centimetri. Le coetanee avevano perso addirittura 7 chili e 6 centimetri. Tifo e difterite erano frequenti, alla quasi totalità delle donne si era interrotto il ciclo mestruale, gli uomini erano diventati impotenti. I cadaveri si accumulavano nelle chiese senza che nessuno avesse la forza per seppellirli. “La gente muore per strada”, fu il messaggio che la Resistenza olandese mandò a Londra cercando di ottenere qualche aiuto. “Non possiamo andare avanti così”.

Le sofferenze erano aggravate dai bombardamenti. Dall’Olanda, i nazisti lanciavano le V2 sulla Gran Bretagna, depositi e basi di lancio erano posti deliberatamente nelle vicinanze dei centri abitati, gli attacchi alleati, per quanto ci si sforzasse di essere precisi, fecero più vittime fra i civili olandesi di quanti inglesi fossero stati uccisi dalle armi di rappresaglia hitleriane al di là del Mare del Nord.

Il risentimento degli olandesi verso gli alleati che non arrivavano, era altrettanto forte dell’odio che ora provavano per i tedeschi occupanti. “La gente era furibonda”, ricorda Theodore Wempe,”ma perché non arrivano?, si chiedeva”. Ma ancora il 27 Marzo 1945, Ike rispondeva al costernato primo ministro olandese in esilio, che l’unico modo per aiutare l’Olanda era finire in fretta la guerra.


In Olanda, nel frattempo, la fame, le bombe alleate e le rappresaglie tedesche continuavano a uccidere. Il 1° Aprile, i soldati del Primo Corpo canadese liberarono la città di Enschende, trovando appesi agli alberi davanti il municipio 12 civili, ancora caldi: i tedeschi li avevano impiccati all’approsimarsi dei carri. A Zutphen, cinque giorni dopo, le truppe inglesi trovarono, sulla strada di ingresso nella cittadina, a mo’ di benvenuto, i cadaveri, nudi e torturati, di dieci civili. Il giorno seguente, il comandante tedesco, generale Blaskowitz, ordinò di distruggere chiuse e canali per ostacolare l’avanzata alleata. La diga a guardia del polder di Wieringen, il granaio d’Olanda, fu fatta saltare inondando 20 mila ettari di terra agricola, che si andavano ad aggiungere ai 230 mila già allagati in precedenza.




Targa commemorativa di uno dei negozi che distribuì il "pane svedese".


Uno dei più straordinari episodi della guerra, tuttora quasi sconosciuto, ebbe inizio il 4 Aprile 1945 nell’isola di Texel, al largo della costa olandese. Nella sua guarnigione, appartenente all’882° battaglione della Wehrmacht, si trovavano 550 georgiani catturati sul fronte orientale. Ammutinatisi, uccisero tutti i tedeschi che trovarono, quindi tre di essi, guidati da un capo della Resistenza locale, salirono su una barca e raggiunsero la costa britannica, sbarcando a Cromer, nel Norfolkshire, il 6 Aprile. Accolti con scarsissimo entusiasmo dagli inglesi, dopo un sommario interrogatorio, furono spediti in campo di concentramento col loro accompagnatore olandese. Nessuna iniziativa fu presa per soccorrere gli ammutinati di Texel e la popolazione civile dell’isola, che furono così rapidamente e brutalmente sterminati dai tedeschi per ordine personale di Hitler. “Eravamo insorti contro la tirannide nazista”, ricorda uno dei tre internati in Inghilterra, “ma invece di ricevere aiuto siamo stati traditi”. Il 20 Aprile le truppe tedesche ebbero ragione delle ultime sacche di resistenza nell’isola ammutinata: 117 civili olandesi, oltre 500 georgiani e 800 soldati tedeschi erano morti inutilmente, appena una settimana prima del suicidio di Hitler.





L’agonia dell’Olanda fu parzialmente alleviata dall’arrivo di aiuti alimentari dalla neutrale Svezia (il "pane svedese") e dalle operazioni Manna e Chowhound, lanciate dagli anglo-americani di comune accordo col governatore tedesco Arthur Seyss-Inquart ormai conscio della fine e desideroso di ingraziarsi i vincitori che lo impiccheranno a Norimberga: a partire da 29 Aprile, i Lancasters e gli Halifaxes dell’RAF, assieme ai Liberators e ai Fortresses delle USAAF, furono autorizzati a volare sul territorio olandese ancora occupato dai tedeschi, per lanciarvi viveri; in una decina di giorni, saranno oltre 11 mila le tonnellate di derrate (comprese migliaia di razioni K) “consegnate” in questa maniera agli stremati olandesi.

 

 


BIBLIOGRAFIA:

Max Hastings, Armageddon ― The Battle for Germany, 1944-1945, Alfred A. Knopf, 2005


Henri A. van der Zee, The Hunger Winter: Occupied Holland 1944-1945, University of Nebraska Press, 1998.
Stein, Z. Famine and human development: the Dutch honger winter of 1944-1945. New York, Oxford University Press, 1975
Hart, Nicky Famine, maternal nutrition and infant mortality: a re-examination of the Dutch Hunger Winter.
Population Studies, Vol. 47, No. 1, Mar 1993. 27-46 pp.














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4 febbraio 2009 3 04 /02 /febbraio /2009 20:26
L’assedio di Sevastopoli, nell’autunno del 1941, segnò una svolta drammatica nella campagna di Russia: a causa del collasso del sistema difensivo sovietico, oltre 100 mila soldati erano rimasti intrappolati nella piazzaforte, circondata dalle truppe naziste. Per qualche tempo si procedette a rifornire gli assediati via mare, ma le pesanti perdite subite dal naviglio di superficie, spinsero il comando della Flotta del Mar Nero, già nell’Aprile del 1942, a impiegare sommergibili per il trasporto di quanto necessario agli assediati, e per l’evacuazione di malati, feriti, e le donne e i bambini rimasti intrappolati dalla fulminea avanzata nazista. I più grossi sommergibili in servizio nella marina sovietica, i battelli della classe L (XIII Serie), potevano trasportare solo 95 tonnellate, quelli più piccoli, ovviamente, ancora meno. Ciò nonostante, prima della caduta di Sevastopoli, il 3 Luglio 1942, dopo oltre otto mesi di assedio, la marina sovietica era riuscita a trasportare oltre 4000 tonnellate di rifornimenti e ad evacuare circa 1500 persone.

Sulla base di questa esperienza, si valutò la costruzione di veri e propri sommergibili da trasporto. Già nel Luglio 1942, i progettisti cominciarono a lavorare al Progetto 607, un battello capace di portare 300 tonnellate di carico, e dotato pure di due gru pieghevoli per facilitare le operazioni di carico e scarico; per l’Aprile successivo, i progetti erano pronti, e si poteva passare alla fase costruttiva, ma il miglioramento della situazione militare, uccise il 607. Il concetto di sottomarino da trasporto, continuò comunque a tenere banco fra gli ammiragli e i progettisti sovietici anche dopo la fine della guerra. Secondo le memorie dell’ammiraglio William H Standley, ambasciatore americano a Mosca nel periodo, una volta Stalin gli chiese: “Perché non costruite dei sottomarini da trasporto? Potrebbero portarci i rifornimenti senza problemi da parte della flotta o degli aerei nazisti”.












Nel 1948, Цкб-18 (Центрально конструкторское бюро 18, ufficio centrale di progettazione numero 18, ora Pубин, Rubin), sviluppò il Progetto 621, una sorta di LST sommergibile, per condurre raid anfibi dietro le linee nemiche. Si trattava, per i suoi tempi, di un autentico gigante, lungo 147 metri e con con un dislocamento in superficie di 5845 tons, dotato di due ponti veicoli e in grado di trasportare un battaglione di fanteria completo: 750 uomini, 3 jeep, 10 carri T34, 12 autocarri, 12 cannoni da 85 mm e 3 caccia La-5. Mentre uomini e mezzi sarebbero sbarcati da una rampa a prora, gli aerei dovevano essere catapultati dal ponte di coperta. Non è ben chiaro come sarebbero stati recuperati, e, almeno a mio giudizio, il battello appare troppo leggero per quel genere di carico, che, a un rapido calcolo, dovrebbe costituire circa il 25 per cento del suo dislocamento.

Цкб-18 preparò anche il progetto per un più piccolo sommergibile, 626, inteso per operazioni in ambiente artico. Con un dislocamento in superficie di 3480 tons, poteva trasportare 165 uomini e 4 carri T34.

Non è dato sapere molto altro di più di questi progetti, salvo che, almeno apparentemente, non ebbero mai ulteriore sviluppo.




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