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15 febbraio 2009 7 15 /02 /febbraio /2009 11:55





Fino all'ultimo giorno di guerra, e, in qualche caso, anche dopo, intere nazioni rimasero prigioniere dei nazisti: Norvegia, Danimarca, l'Italia e la Iugoslavia settentrionali, gran parte della Cecoslovacchia, le isole della Manica e alcune enclaves in territorio francese, come i porti di Lorient e St Nazaire, che capitolarono il 9 Maggio 1945. Le popolazioni di ognuno di questi territori vissero esperienze fra il terribile e l'atroce, ma una merita in particolare di essere ricordata, perché quasi sconosciuta: quella olandese.


Tra il Novembre 1944 e il Maggio successivo, 4 milioni e mezzo di persone attraversarono un'ordalia non dissimile da quelle, assunte a icona della barbarie nazista, dei ghetti ebraici dell'Est europeo, Varsavia, Lodz e altri. Nel corso di quei sei mesi, in Olanda, il tasso di mortalità infantile raddoppiò, e triplicò quello dei neonati. Dodicimila persone morirono per fame, altre 20-30 mila come conseguenza delle incursioni aeree alleate contro le basi missilistiche tedesche, 5-7000 nei campi di prigionia, almeno 30 mila in quelli di lavoro. Dei 2800 civili olandesi uccisi per rappresaglia dai tedeschi, 1560 furono fucilati o impiccati in quel lugubre inverno.

Quello che gli olandesi chiamarono De Hongerwinter, l'Inverno della Fame, è, probabilmente, la sola carestia avvenuta in tempi recenti in un Paese moderno e già all'epoca avviato alla post-industrializzazione. La ben documentata esperienza ha permesso agli scienziati di avere un quadro chiaro e meticolosamente delineato sugli effetti della carenza di cibo a danno della salute umana. Si è così scoperto che i bambini nati da donne incinte all'epoca della carestia, avevano maggiori, e altissime, probabilità di sviluppare diabete, obesità, disturbi cardiovascolari, microalbuminuria e altre malattie metaboliche. I bambini in questione, erano, come logico aspettarsi, più piccoli della normalità, sia al momento del parto che una volta sviluppati. Ma la sorpresa avvenne quando si poterono studiare i loro figli, e si scoprì che anche questi erano più piccoli del normale, come se la carestia avesse innescato un meccanismo epigenetico. Altre ricerche hanno dimostrato che i bambini che si trovavano al secondo trimestre di gravidanza delle madri durante la carestia, manifestavano un'elevata incidenza di schizofrenia e disturbi border line, oltre a un aumento dei casi di autismo.

  

 

Nel 1939, come già nel 1914, l’Olanda aveva tentato di salvarsi dal conflitto con una dichiarazione di neutralità, ma Hitler non era il Kaiser, e le sue armate, nel Maggio 1940, misero fine a ogni illusione. Eppure, dopo la sconfitta militare e la fuga della famiglia reale a Londra, la vita ritornò sorprendentemente normale, nel Paese dei mulini a vento; le istituzioni, e anche la popolazione civile, accettarono senza particolari difficoltà l’autorità tedesca. Esisteva un piccolo movimento di resistenza, ma la maggior parte della sua attività era concentrata nel mettere in salvo gli aviatori alleati abbattuti: il terreno pianeggiate e relativamente spoglio mal si prestava all’attività insurrezionale vera e propria. Gli oppositori preferivano lasciare clandestinamente il Paese, piuttosto che cercare una morte sicura nelle file della Resistenza.

Nonostante Anna (in realtà Annelies Marie) Frank e i suoi familiari siano riusciti a sfuggire ai nazisti per oltre due anni nella soffitta di Amsterdam, la brutale realtà fu che praticamente tutti gli ebrei olandesi vennero identificati, deportati e uccisi. Dei 117 mila deportati, solo 5500 fecero ritorno alle loro case, e, in tutto, 20 mila scamparono l’Endlösung der Judenfrage. “Quando cominciavano a rastrellare gli ebrei”, ricorda un olandese allora ventiduenne, “la gente diceva: non è possibile, non ci posso credere, non possono fare una cosa del genere. Ma dopo un po’ ci fecero l’abitudine”.

Per la maggior parte della popolazione, la vita proseguiva in maniera normale. “Non c’era tè, non c’era caffè, e alcuni erano in pericolo, ma un sacco di altra gente continuava ad andare in bicicletta la domenica con la famiglia, a giocare a tennis, il mangiare non mancava. Alcuni di noi furono sorpresi dalla disponibilità e cortesia dei tedeschi, perfino delle SS” . E gli olandesi ricambiarono quella cortesia, 25 mila di loro combatterono per la Wehrmacht, mentre meno della metà indossarono l’uniforme dell’Olanda Libera. In un rapporto inviato a Londra dai Servizi Segreti nel 1944, si legge “la scoperta che la liberazione avrebbe aumentato le difficoltà per via della vicinanza del fronte e dei combattimenti, è stata motivo di grave delusione tra una larga percentuale di cittadini olandesi, creando una vasta fascia di malcontento che potrebbe portarci a dover considerare i civili olandesi come ostili” .


La verità, una delle verità nascoste della Seconda Guerra Mondiale, è che la maggior parte della popolazione olandese accettò a malincuore la propria sorte di “liberati”. “Non ce la passavamo troppo male, niente a che vedere con quello che dovevano subire i russi o i polacchi e perfino i francesi, il coprifuoco delle 20 era un semplice fastidio, nulla di più” . La realtà è che l’Olanda era la società borghese forse più istintivamente ordinata d’Europa, il rispetto per l’autorità costituita, qualunque fosse, era assoluto. E i tedeschi trattarono in maniera civile chi piegava il capo. Una donna olandese, allora ventenne, ricorda che gli ufficiali tedeschi cedevano sempre il posto alle signore sui treni e su mezzi pubblici in generale, e quando fu investita da una camionetta guidata da un soldatino sbronzo, il comandante andò a trovarla in ospedale con fiori e cioccolatini e si scusò profondamente per l’accaduto .

Sarebbe tuttavia sbagliato scambiare la generale acquiescenza degli olandesi con un genuino entusiasmo: quando il governatore generale tedesco, l’odiato Arthur Seyss-Inquart (Seyß-Inquart, secondo la vecchia grafia), impose a tutti gli studenti universitari di sottoscrivere un giuramento di fedeltà al regime nazista, solo un’esigua minoranza obbedì. Tutti gli altri dovettero abbandonare gli studi.

A sinistra. Arthur Seyss-Inquart, Reichskommissar dell'Olanda occupata. La foto è stata fatta durante il processo di Norimberga, al termine del quale, sarà condannato a morte. Sentenza eseguita il 16 Ottobre 1946



Il 17 Settembre 1944, primo giorno dell’operazione Market Garden, 28 dei 30 mila ferrovieri olandesi scesero in sciopero, bloccando le vie di comunicazione. La reazione tedesca fu dura, i capi dello sciopero furono imprigionati e morirono, alcuni sotto tortura, altri fucilati. Alle attività partigiane si rispose con la medesima ferocia dimostrata in altri territori occupati. L’omicidio di un capitano dell’Abwehr, il 23 Ottobre ad Amsterdam, fu punito con la fucilazione di 29 ostaggi. Il 4 Novembre, i tedeschi fecero saltare con il municipio di Heusden, provocando la morte di 134 persone che vi erano rifugiate dalle loro case distrutte da un bombardamento alleato. Il fallimento di Market Garden e la stasi del fronte, portarono a un brutale giro di vite da parte degli occupanti, complice anche la sensazione di essere stati traditi dalla popolazione che avevano trattato con tanta civiltà. A ciò si aggiunga che i combattimenti avevano parzialmente distrutto la rete viaria rendendo difficoltosi i collegamenti e il trasporto delle derrate, che la quasi totalità del materiale rotabile sopravvissuta a Market Garden era stata requisita dalla Wehrmacht per uso esclusivamente militare al fine di trasportare truppe da e per il fronte, e che l’inverno 1944-45 fu durissimo.

La situazione peggiorò rapidamente. Ad Amsterdam, c’era gas solo per novanta minuti al giorno, si abbatterono alberi, staccionate, furono divelte le traversine ferroviarie e tranviarie, i mobili fatti a pezzi, sparirono perfino le porte non indispensabili, i morti furono tolti dalle bare per utilizzarne il legname per riscaldarsi. Niente tram, telefono, elettricità, per qualsiasi cosa si facevano code interminabili. Si evitavano le lunghe camminate per non consumare le scarpe, bene ormai introvabile.



A destra: il generale Johannes Blaskowitz, comandante le truppe tedesche in Olanda. Si suicidò in carcere nel 1948.



A Novembre, la razione settimanale di cibo era scesa a 300 grammi di patate, 200 di pane, 28 di legumi, 5 (c-i-n-q-u-e) di carne e altrettanti di formaggio: complessivamente circa 900 calorie, un terzo di quanto indispensabile in quel rigido inverno. Si mangiava minestra di ortica, pane di pula; cani e gatti, e perfino topi e piccioni scomparvero rapidamente, divorati da chiunque fosse in grado di prenderli.

Il primo ministro olandese in esilio, supplicò Bedell-Smith di liberare il suo Paese prima dell’arrivo dell’inverno, mentre il principe Bernardo d’Olanda, capo delle forze di Olanda Libera, tentava la medesima opera di persuasione a Londra. Eisenhower rispose freddamente che la strategia alleata doveva essere guidata da criteri militari, non da considerazioni politiche o, peggio, umanitarie.


I volti della fame



























Nel frattempo, con l’avvicinarsi del fronte e similmente con quanto accaduto in altri Paesi, vi fu un boom di arruolamenti nella Resistenza: prima di Natale, vi erano, nel Paese dei mulini a vento, 5000 partigiani combattenti, supportati da almeno 30 mila fra informatori, corrieri, tipografi clandestini, oltre a una rete di fuga molto bene organizzata, che riuscì a portare in salvo, spesso con inventiva e coraggio da far impallidire una storia romanzata, gli ultimi ebrei e quasi tutti i piloti alleati abbattuti nel territorio olandese. E fino all’ultimo, i tedeschi uccisero senza pietà chiunque fosse sospettato di far parte della Resistenza. “Per anni avevamo ascoltato i soldati tedeschi marciare per le nostre strade cantando i loro inni. Nell’inverno del 44 nessuno cantava più. Capimmo che qualcosa si era rotto irrimediabilmente”.



“Una nazione di antica civiltà è minacciata di distruzione dalla barbarie nazista”, comunicò a Londra la Resistenza, nel Gennaio 1945. “Chiediamo aiuto al mondo libero. Resisteremo”. Ma l’Europa era piena di gente che chiedeva a gran voce di essere salvata dalla barbarie nazista, e gli alleati occidentali, che già faticavano a rendersi conto del caso ebraico, dedicarono ben poca attenzione a quello olandese. Churchill, Roosevelt e Eisenhower sostenevano unanimi che tutto doveva dipendere dalla sconfitta del Terzo Reich, fonte di ogni male: distrarsi da quell’obiettivo per portar soccorso a una categoria di vittime del nazismo, qualunque essa fosse, poteva solo distrarre dall’obiettivo finale, facendo, in ultima analisi, il gioco di Hitler. Forse avevano ragione, ma era duro da accettare per chi stava morendo di stenti.




Si cucina quello che c'è, si mangia tutto...






L’”irraggiungibile vicinanza” (sono parole di Henry van der Zee nel suo libro) degli alleati era un autentico tormento. Il rombo dell’artiglieria era vicino, pochi chilometri dalle case, non passava giorno che i cacciabombardieri alleati non scendessero a mitragliare a volo radente treni, veicoli, perfino i soldati in bicicletta. La gente guardava con invidia gli aerei che tornavano verso l’Inghilterra, dove ad attendere l’equipaggio c’erano uova, salsiccia, caffè, succo d’arancia. Un B17 caduto in un canale, fu assaltato da una torma di persone alla ricerca di cioccolato, caramelle, gomma da masticare, latte condensato: sessantanni dopo, Ted van Meurs ricorda ancora di aver visto uno dei partecipanti al saccheggio addentare una barretta di cioccolato senza aver nemmeno tolto la stagnola che l’avvolgeva. Il giorno di Natale del 1944, alle finestre delle cucine del comando tedesco di Amersfoort, furono appese, a derisione della popolazione affamata, decine di oche, che furono poi consumate dai militari della Wehrmacht. Gli arti amputati ai feriti venivano gettati per strada perché gli affamati potessero cibarsene, anche se gli olandesi negano sia mai accaduto. La Croce Rossa internazionale mandava delle scorte di viveri, ma i nazisti ne ostacolavano con ogni mezzo la distribuzione. Gli olandesi ricordavano come, nel 1918, quando Germania e Austria erano ridotte alla fame dopo la sconfitta, molti bambini tedeschi e austriaci furono inviati in Olanda per essere curati e nutriti. E chissà, si diceva, che fra gli affamatori di oggi non vi fosse qualche piccolo di allora.



















Hongertochten, le marce della fame





Gli espedienti, come rubare rape e carote dagli orti dei vicini, o cercare di dar da credere al negoziante di avergli già consegnato il buono di razionamento, erano diventati uno stile di vita. Si andava in bicicletta per le campagne nelle cosiddette Hongertochten (marce della fame) in cerca di qualche fattoria cui chiedere cibo in cambio di gioielli, orologi, spille, pellicce, capi di abbigliamento pregiati. A volte si legava alla bicicletta un carrettino sul quale si caricavano i mobili da scambiare, preziosi mobili e pendole d’antiquariato passarono di mano per una manciata di patate o un po’ di burro o qualche uovo.

In Gennaio la razione quotidiana scese a circa 500 calorie. “Chi ha fame grida”, scrisse il 30 Gennaio un giornale, “ma chi muore di fame tace”. E sull’Olanda era calato un profondo e cupo silenzio. La gente se ne stava chiusa in casa per risparmiare le energie, le scuole erano chiuse per mancanza di riscaldamento, industria e commercio fermi. Nelle strade silenziose (solo i tedeschi e i collaborazionisti avevano veicoli a motore), si innalzavano cumuli di spazzatura brulicanti di topi, non essendoci mezzi per rimuoverli. Esaurite le rape e le carote, la gente cominciò a nutrirsi dei tulipani. In quell’inverno, ne furono consumati oltre 150 milioni. “Prendete un litro d’acqua”, consigliava una ricetta, “una cipolla, sei bulbi, sale, un cucchiaino d’olio e del surrogato di curry. Rosolate la cipolla nell’olio con il curry, aggiungete l’acqua, e quando bolle, gettateci dentro i bulbi”. Il risultato era semplicemente raccapricciante, ma forniva qualche caloria e una manciata di vitamine.

Jan de Boer, uno dei nove figli di un docente universitario dell’Aia, notò una mattina dalla finestra di casa un cavallo macilento defecare sulla neve. Poco dopo rimase sbigottito nel vedere un passante scendere quasi a tuffo dalla bicicletta, accovacciarsi e rovistare nello sterco ancora fumante alla ricerca di qualche granaglia non digerita, che si ficcava direttamente in bocca . L’allora sedicenne Willem van den Broek non sognava avventure esotiche e belle ragazze, ma pane, salame, formaggio, cioccolato, caramelle. “Ho imparato che l’essere umano è uno stomaco con un corpo intorno”, dirà anni dopo. C’è chi ricorda di avere masticato zolle di terra alla ricerca di larve o di formiche…

A risentire maggiormente delle privazioni furono, come è facile immaginare, i bambini. Il peso medio di un quattordicenne, era 41 chili nel 1940, ma solo 37 alla fine della guerra, e la statura media si era abbassata di due centimetri. Le coetanee avevano perso addirittura 7 chili e 6 centimetri. Tifo e difterite erano frequenti, alla quasi totalità delle donne si era interrotto il ciclo mestruale, gli uomini erano diventati impotenti. I cadaveri si accumulavano nelle chiese senza che nessuno avesse la forza per seppellirli. “La gente muore per strada”, fu il messaggio che la Resistenza olandese mandò a Londra cercando di ottenere qualche aiuto. “Non possiamo andare avanti così”.

Le sofferenze erano aggravate dai bombardamenti. Dall’Olanda, i nazisti lanciavano le V2 sulla Gran Bretagna, depositi e basi di lancio erano posti deliberatamente nelle vicinanze dei centri abitati, gli attacchi alleati, per quanto ci si sforzasse di essere precisi, fecero più vittime fra i civili olandesi di quanti inglesi fossero stati uccisi dalle armi di rappresaglia hitleriane al di là del Mare del Nord.

Il risentimento degli olandesi verso gli alleati che non arrivavano, era altrettanto forte dell’odio che ora provavano per i tedeschi occupanti. “La gente era furibonda”, ricorda Theodore Wempe,”ma perché non arrivano?, si chiedeva”. Ma ancora il 27 Marzo 1945, Ike rispondeva al costernato primo ministro olandese in esilio, che l’unico modo per aiutare l’Olanda era finire in fretta la guerra.


In Olanda, nel frattempo, la fame, le bombe alleate e le rappresaglie tedesche continuavano a uccidere. Il 1° Aprile, i soldati del Primo Corpo canadese liberarono la città di Enschende, trovando appesi agli alberi davanti il municipio 12 civili, ancora caldi: i tedeschi li avevano impiccati all’approsimarsi dei carri. A Zutphen, cinque giorni dopo, le truppe inglesi trovarono, sulla strada di ingresso nella cittadina, a mo’ di benvenuto, i cadaveri, nudi e torturati, di dieci civili. Il giorno seguente, il comandante tedesco, generale Blaskowitz, ordinò di distruggere chiuse e canali per ostacolare l’avanzata alleata. La diga a guardia del polder di Wieringen, il granaio d’Olanda, fu fatta saltare inondando 20 mila ettari di terra agricola, che si andavano ad aggiungere ai 230 mila già allagati in precedenza.




Targa commemorativa di uno dei negozi che distribuì il "pane svedese".


Uno dei più straordinari episodi della guerra, tuttora quasi sconosciuto, ebbe inizio il 4 Aprile 1945 nell’isola di Texel, al largo della costa olandese. Nella sua guarnigione, appartenente all’882° battaglione della Wehrmacht, si trovavano 550 georgiani catturati sul fronte orientale. Ammutinatisi, uccisero tutti i tedeschi che trovarono, quindi tre di essi, guidati da un capo della Resistenza locale, salirono su una barca e raggiunsero la costa britannica, sbarcando a Cromer, nel Norfolkshire, il 6 Aprile. Accolti con scarsissimo entusiasmo dagli inglesi, dopo un sommario interrogatorio, furono spediti in campo di concentramento col loro accompagnatore olandese. Nessuna iniziativa fu presa per soccorrere gli ammutinati di Texel e la popolazione civile dell’isola, che furono così rapidamente e brutalmente sterminati dai tedeschi per ordine personale di Hitler. “Eravamo insorti contro la tirannide nazista”, ricorda uno dei tre internati in Inghilterra, “ma invece di ricevere aiuto siamo stati traditi”. Il 20 Aprile le truppe tedesche ebbero ragione delle ultime sacche di resistenza nell’isola ammutinata: 117 civili olandesi, oltre 500 georgiani e 800 soldati tedeschi erano morti inutilmente, appena una settimana prima del suicidio di Hitler.





L’agonia dell’Olanda fu parzialmente alleviata dall’arrivo di aiuti alimentari dalla neutrale Svezia (il "pane svedese") e dalle operazioni Manna e Chowhound, lanciate dagli anglo-americani di comune accordo col governatore tedesco Arthur Seyss-Inquart ormai conscio della fine e desideroso di ingraziarsi i vincitori che lo impiccheranno a Norimberga: a partire da 29 Aprile, i Lancasters e gli Halifaxes dell’RAF, assieme ai Liberators e ai Fortresses delle USAAF, furono autorizzati a volare sul territorio olandese ancora occupato dai tedeschi, per lanciarvi viveri; in una decina di giorni, saranno oltre 11 mila le tonnellate di derrate (comprese migliaia di razioni K) “consegnate” in questa maniera agli stremati olandesi.

 

 


BIBLIOGRAFIA:

Max Hastings, Armageddon ― The Battle for Germany, 1944-1945, Alfred A. Knopf, 2005


Henri A. van der Zee, The Hunger Winter: Occupied Holland 1944-1945, University of Nebraska Press, 1998.
Stein, Z. Famine and human development: the Dutch honger winter of 1944-1945. New York, Oxford University Press, 1975
Hart, Nicky Famine, maternal nutrition and infant mortality: a re-examination of the Dutch Hunger Winter.
Population Studies, Vol. 47, No. 1, Mar 1993. 27-46 pp.














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