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11 aprile 2009 6 11 /04 /aprile /2009 18:55

Inchon occupa una posizione di rilievo, nella storia americana: richiama una visione di genialità militare non appannata dal tempo, e non toccata da più recenti ricordi di una sconfitta asiatica. Inchon rimane un monumento all’improvvisazione e al rischio calcolato, ma, soprattutto, allo spirito di Douglas MacArthur: gli sbarchi dal mare del 15 Settembre 1950, sono stati il suo capolavoro, il suo colpo di genio insuperato, il perfetto epitaffio alla carriera di un uomo pieno di difetti e di complesse contraddizioni, ma che fu anche, e soprattutto, un geniale stratega e un audace improvvisatore.


Fin dalle prime fasi del conflitto, mentre quello che rimaneva delle truppe americane in Corea cercava di contenere l’aggressione comunista aggrappata al cosiddetto Perimetro di Pusan con la disperazione del naufrago che sa di morire se mollerà la presa sul relitto che lo sta sorreggendo, i pensieri di MacArthur erano fissi, quasi con una mistica convinzione, sulla possibilità di uno sbarco a Inchon. In Luglio, mentre studiava insieme la carta nel suo ufficio, disse al generale Lemuel Shepherd, comandante i Marines della flotta: “Se avessi la 1a Divisione  Marines farei uno sbarco qui (a Inchon, nda) e capovolgerei le sorti della guerra”. E con tutti gli espedienti e le improvvisazioni possibili e immaginabili, la 1a Divisione Marines venne effettivamente concentrata e trasferita d’urgenza  attraverso il Pacifico, ma lo sbarco di Inchon, già codificato da MacArthur come Operation Bluehearts e previsto per la fine di Luglio, fu rinviato e seguito da quasi due mesi di aspre discussioni e critiche feroci: da una parte i Joint Chiefs of Staff, tutti i principali ufficiali della Marina in Asia e una stragrande maggioranza di quelli dell’Esercito, dei Marines e delle operazioni anfibie che si dichiaravano contrari allo sbarco, dall’altra in pratica il solo MacArthur (il suo entourage, come riconosce anche un suo ammiratore sfrenato come William Manchester, era fatto in massima parte di sicofanti e paraninfi che non avrebbero mai osato contraddire quello che, in ultima analisi, era il loro pigmalione).

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Douglas MacArthur (1880-1964) in un dipinto a olio realizzato nel periodo dello sbarco a Inchon.





















Era il periodo immediatamente successivo alla Seconda Guerra Mondiale, quando i gradi medi e superiori delle forze armate americane erano ancora pieni di ufficiali che avevano pianificato ed effettuato gli sbarchi nel Pacifico. Costoro conoscevano per esperienza ogni dettaglio delle maree, dei gradienti delle spiagge, la capacità di carico e la velocità di scarico delle piattaforme anfibie, la reale efficacia del fuoco di sostegno sia navale che aereo. La loro contrarietà all’operazione pensata da MacArthur non era buttata lì per puro spirito di contraddizione, ma ponderata sulle reali difficoltà che essa lasciava presagire.

Il colonnello Alpha Bowser, capo dell’ufficio operazioni e addestramento della 1a Divisione Marines, rimase allibito dal clima che vi trovò: “Non capivo come potessero essere tanto ottimisti riguardo quella cosa a Inchon”. Stessa opinione manifestò il tenente colonnello Ellis Williamson, ufficiale dell’esercito con lo stesso incarico di Bowser. “La mia impressione, francamente, era che quello sbarco si volesse farlo dalla parte sbagliata della Corea”. Ma MacArthur spiegò a entrambi: “Sarà come un ventilatore elettrico. Se si va alla parete e si stacca la spina il ventilatore si ferma. Quando noi saremo sbarcati a Inchon, ai nordisti non rimarranno che due scelte: arrendersi oppure ritirarsi”.

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MacArthur (al centro), fra il capo di Stato Maggiore dell'Esercito, generale J. Lawton Collins (a sinistra), e il Capo delle Operazioni Navali, l'ammiraglio Forrest Sherman.












Inchon, in realtà, era l’unico obiettivo plausibile per un accerchiamento anfibio. Kunsan, proposta dall’Esercito, era troppo vicina al Perimetro di Pusan, effettuare là lo sbarco non avrebbe avuto nessun significato se non quello di trovarsi addosso in poche ore la maggior parte delle forze comuniste impegnate nei combattimenti contro l’Ottava Armata. I Marines proponevano Posung-Myon, sulla costa occidentale a sud di Inchon ma la rete stradale intorno a quest’area offriva scarse possibilità di avanzata una volta superata la spiaggia.



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La situazione delle Nazioni Unite il 15 Settembre 1950.





















Inchon però faceva tremare i polsi anche ai veterani delle battaglie più dure del Pacifico. Tanto per cominciare aveva maree di dieci metri, fra le più alte del mondo: solo in tre date accettabili, il 15 e il 17 Settembre, e l’11 Ottobre, la marea sarebbe salita abbastanza da dare ai grossi mezzi da sbarco tre ore di agibilità, prima che tutto diventasse nuovamente un pantano insuperabile. Poi vi era la violenta corrente che batteva il canale di avvicinamento, in codice Flying Fish One. Era imminente la stagione dei tifoni, e le ripide colline retrostanti la spiaggia di invasione avrebbero permesso a un nemico esperto di battere la testa di ponte con effetti devastanti. Gli orari delle maree imponevano che gli attacchi principali avvenissero di sera, lasciando alle forze attaccanti soltanto due ore di luce per assicurare la testa di ponte a terra,in una città di 250 mila abitanti. E, infine, il porto era molto piccolo e circondato da alte dighe foranee per contrastare le maree: nelle parole di un ufficiale dello Stato Maggiore della Marina, l’allora comandante Arlie G. Capps, “quasi non ci credevamo, fate un elenco di tutte le difficoltà possibili e immaginabili a uno sbarco, geografiche, naturali e artificiali… be’, a Inchon le avevamo trovate tutte insieme”.

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 Chromite.



















Ma c’era dell’altro. Il ricordo di Anzio bruciava ancora nella mente dei militari, quando una manovra aggirante delle medesime proporzioni di quella ideata da MacArthur era arrivata a terra ―secondo una delle memorabili frasi di Churchill ― “non come un gatto selvatico a strappare il cuore al nemico, ma come una balena arenata a boccheggiare in agonia”: un esercito d’invasione assediato in un perimetro ristretto da un fuoco micidiale era un incubo che nessun alto ufficiale americano voleva far rivivere ai suoi uomini. Perché ora correre rischi tanto grandi, quando un impegno delle due divisioni disponibili nella sacca di Pusan avrebbe potuto consentire agli americani di sfondare l’accerchiamento in modo molto più convenzionale? Il generale Shepherd era contrario a Inchon, considerava i nordisti un avversario fanatico peggio dei giapponesi, capace di opporre una resistenza feroce agli americani come non era successo nemmeno a Okinawa nel 1945.

A opporsi a questi argomenti, MacArthur era solo. Anche lui ammetteva le difficoltà, soprattutto non gii sfuggiva la profonda demoralizzazione delle truppe delle Nazioni Unite agli ordini di Walker. Impegnare gli ultimi rinforzi disponibili, voleva dire rischiare tutto. MacArthur puntava a un risultato grandioso, raggiungere la libertà strategica con un gesto capace di vincere la guerra. Contro tutti i ragionamenti dei generali e degli ammiragli e degli ufficiali del suo stato maggiore, schierò la ferrea, mistica sicurezza del proprio istinto.


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Walton Harris "Bulldog" Walker (1889-1950), il difensore di Pusan. Morì in un incidente stradale poco dopo lo sbarco di Inchon.

























Nessuno dei presenti ha mai dimenticato la riunione conclusiva del 23 Agosto fra MacArthur e i più alti comandanti americani in Oriente,  Stratemeyer per l’Aviazione, Shepherd dei Marines, Struble,  Doyle e Turner Joy della Marina, oltre a tre generali inviati dal Pentagono per avere il quadro della situazione, Collins, Radford e Sherman. Collins espose chiaramente i dubbi dei Joint Chiefs circa le conseguenze derivanti dal ritiro della brigata di Marines dal Perimetro di Pusan per destinarla all’operazione anfibia, e suggerì uno sbarco più sicuro a Kunsan. L’ammiraglio Turner Joy ribadì le eccessive difficoltà di carattere nautico che ostacolavano lo sbarco, e concluse sinistramente: “Il meglio che posso dirvi, generale, è che Inchon non è proprio impossibile, ma ci assomiglia molto”.

A questo punto, MacArthur si alzò in piedi, fumando la pipa. Parlò col tono lento e risonante di un attore consumato. “Ho una profonda ammirazione per la Marina, fin dai giorni dell’umiliazione di Bataan. È stata la Marina a consentirci di vincere la guerra. Non ho mai pensato che sarebbe venuto il giorno in cui la Marina non sarebbe stata in grado di appoggiare l’Esercito nelle sue operazioni”.

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L'ammiraglio Arthur Dewey Strubble (1894-1983).






























Fu una grande recita, che non mancò di toccare la minaccia comunista in corso: “… è evidente che è qui in Asia che i cospiratori comunisti hanno deciso di fare la prima mossa per la conquista del mondo libero. La prova del fuoco non è a Berlino o a Vienna o a Trieste o a Londra, è qui, adesso, lungo il fiume Naktong”. Ricordò come il generale Wolfe (James Wolfe, 1727-59, fu un generale inglese che combatté in Canada contro i francesi nella Guerra dei Sette Anni) avesse dovuto superare le medesime perplessità e opposizioni quando propose l’attacco contro le posizioni francesi sulle colline di Quebec City, e sostenne che proprio l’assurdità del piano costituiva la garanzia migliore di vittoria: “Il comandante nemico penserà che nessuno sia tanto pazzo da aver voglia di fare una cosa simile”.

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Il controverso generale Edward Mallory "Ned" Almond (1892-1979.

















MacArthur concluse con la sua solita enfasi: “Mi par quasi di sentire il ticchettio della lancetta dei secondi del destino. Noi dobbiamo agire ora, altrimenti moriremo. Sbarcheremo a Inchon, e io li schiaccerò”. Dopo quarantacinque minuti di oratoria da palco di teatro, il viceré del Giappone tornò al suo posto. E il capo di stato maggiore della Marina si levò in piedi per dichiarare, con voce commossa: “Generale, la Marina vi porterà a Inchon”.


Non fu la fine del dibattito, molti dei presenti non erano convinti per nulla, ma fu il giro di boa. Shepherd e Sherman fecero un ultimo tentativo privato per convincere MacArthur a sbarcare a Posung-Myon, ma, in assenza di un no deciso da Washington, MacArthur proseguì per la sua strada. Il 28 Agosto il Pentagono diede il suo assenso formale allo sbarco a Inchon, seppure solo dopo aver ricevuto l’approvazione scritta del Presidente Truman, passo assolutamente non necessario a mai accaduto in precedenza, segno che rifletteva la loro precauzione a garantirsi di non essere i soli responsabili in caso di sconfitta.


Gli addetti alla pianificazione ebbero intanto la sgradevole sorpresa di scoprire che in cinque anni di occupazione militare americana della Corea del Sud, nessuno aveva pensato di raccogliere nemmeno gli elementi generali della geografia del Paese asiatico. Perfino le dimensioni del bacino di marea di Inchon erano sconosciute, si rimediò a questa e ad altre lacune ricorrendo alle vecchie mappe dell’Esercito e della Marina giapponesi. Agenti sudcoreani sbarcati nella zona di Inchon riferirono che a Wolmi-do, un’isoletta che dominava l’imboccatura del porto di Inchon e ad esso collegato da una diga foranea, c’erano soltanto 500 nordisti, e altri 1500 a Inchon, ma sarebbero bastate poche ore per fare affluire rinforzi. Tuttavia, avvertirono, l'isola di Wolmi-do disponeva di numerosi pezzi di artiglieria in bunker e ridotte fortificate che potevano essere un problema per lo sbarco.


Una formazione navale britannica fu incaricata di eseguire un diversivo, bombardando il porto di Pyongyang,  Chinnampo, e una fregata, sempre britannica, fece sbarcare degli incursori a Kunsan.

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Il generale Lemuel Cormick Shepherd jr, comandante dei Marines della flotta (1896-1990).






















L’8 Settembre, una squadra della CIA, in codice Trudy Jackson, fu sbarcata a Youngheung-do, poco più di uno scoglio all’imboccatura del porto di Inchon. Come ricorda il comandante della missione, Eugene F. Clark, i dati che riportò erano tutt’altro che confortanti, confermando i peggiori timori della Marina: il fango era alto fino al petto, con un basso fondale che si stendeva per oltre cinque chilometri al largo, e la diga foranea altissima avrebbe dovuto essere letteralmente scavalcata dai Marines per arrivare a terra. Clark raccolse anche altre preziose informazioni sulle maree, sulla direzione dei venti e delle correnti marine e sulla loro velocità, e sulle guarnigioni comuniste, soprattutto sulle ridotte fortificate di Walmi-do. Sorpreso da una pattuglia nordista, il gruppo della CIA dovette ritirarsi combattendo senza subire perdite, ma infliggendone di pesanti al nemico, che successivamente si vendicò trucidando fra i 50 e i 200 civili inermi per l’aiuto fornito agli americani.

Il tenente colonnello Robert Taplett, che comandava il III Battaglione del 5° Marines, ricorda di aver ricevuto un messaggio dal comando in cui gli si diceva che avrebbe dovuto tenere la testa di ponte, una volta sbarcato, fino a che non avesse subito l’82,3 per cento di perdite. Racconta: “Cristo”, pensai, “ma chi sarà mai stato il fottuto idiota che ha messo il decimale a un dato simile?”.

L’atmosfera di apprensione in cui lo sbarco fu preparato,dimostra quanto basso fosse sceso il morale delle forze americane in Corea, e quanto grande fosse stato il dominio psicologico che il nemico aveva ottenuto sui loro comandanti dopo l’aggressione a sorpresa di Giugno, fatta eccezione per il solo MacArthur. La violenza dei continui attacchi nordisti contro il Perimetro di Pusan, mascherava l’enormità delle perdite subite dai comunisti fin dall’inizio della guerra, facendo sopravvalutare enormemente all’intelligence la consistenza delle forze che premevano sulla ridotta americana. Lo stato maggiore credeva che gli aggressori comunisti avessero una superiorità numerica schiacciante, si pensava addirittura 1 a 4, mentre nella realtà, i malconci reggimenti di Kim Il-sung potevano schierare ormai a malapena 70 mila uomini contro i complessivi 140 mila assediati. Gli alleati avevano inoltre il dominio assoluto dell’aria e del mare, e una schiacciante superiorità di fuoco. La ferocia e l’efficienza delle truppe d’assalto nemiche non deve mascherare le enormi difficoltà in cui operavano i comunisti, privi di appoggio logistico e tecnico moderno. Il loro servizio di informazioni,inoltre, era altamente inefficiente, almeno quanto la mancanza di segretezza dell’Esercito americano. L’intenzione di sbarcare a Inchon fu uno dei segreti peggio mantenuti della guerra e argomento di discussioni aperte fra migliaia di uomini in Giappone e Corea. Eppure,miracolosamente, nemmeno una parola in proposito arrivò alle orecchie dei comunisti, e neppure un soldato venne spostato per rinforzare le difese negli ultimi critici giorni prima che la flotta d’invasione prendesse il mare.


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Un carro Pershing M26. A destra, F4U Corsair.

Fra gli assediati nel Perimetro di Pusan, e, soprattutto, fra gli ufficiali dello Stato Maggiore dell’Ottava Armata, continuava a prevalere il pessimismo, sia in merito alla loro situazione, che in rapporto al previsto sbarco a Inchon,. E il fatto che MacArthur ne fosse al corrente, sicuramente contribuì a fargli nominare comandante del contingente di sbarco, con la nuova denominazione di X Corpo, il suo capo di Stato Maggiore, generale Edward M. Almond. Questa decisione di dividere l’autorità militare in Corea fra due comandi separati, avrebbe avuto in futuro importanti e sgradevoli conseguenze, e comportò tali e pesanti critiche all’operato di MacArthur che vale la pena di parlarne in dettaglio.


La ragione più ovvia, e meno ammirevole, che spinse MacArthur a nominare Almond a capo del X Corpo, era che si trattava di un suo pupillo, un soldato molto ambizioso che era stato però un mediocre comandante di divisione sul fronte italiano e che ora aspirava a un comando in campo più promettente per riscattarsi del passato inglorioso. Almond non ispirava molto entusiasmo fra i suoi subordinati: il, generale Oliver P. Smith, comandante la 1a Divisione Marines, le cui cattive relazioni col suo diretto superiore avrebbero seriamente compromesso la campagna successiva, se lo ritrovò contro fin da prima dello sbarco, quando liquidò le difficoltà delle operazioni anfibie come un gioco da bambini. La spocchia di Almond e il vezzo di chiamarlo “figliolo”, indisponevano oltre modo l’ufficiale dei Marines.


Esisteva però un’altra ragione meno personale e più professionale per affidare le operazioni di sbarco a mani diverse da quelle del generale Walton “Bulldog” Walker: MacArthur conosceva bene quanto fosse basso il morale al comando dell’Ottava Armata, e questo lo aveva posto in un difficile dilemma. Walker aveva difeso tenacemente Pusan, ma c’erano anche grossi dubbi sulla sua capacità a dirigere ora le operazioni dinamiche e ricche di immaginazione che erano caratteristiche di MacArthur, che aveva pensato, in un primo momento, di destituirlo dal comando, rinunciando poi quando si rese conto che si sarebbe trattato di un gesto quanto mai sgradito all’opinione pubblica in patria.

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Il generale Oliver Prince "Ollie" Smith (1893-1977), comandante la 1a Divisione Marines. 





















Come spesso accade in situazioni disperate, “Bulldog” Walker era stato elevato a eroe nazionale, ma non aveva sicuramente le doti necessarie a condurre in porto lo sbarco di Inchon. Almond, per contro, e quali che fossero i suoi difetti, era comunque in grado di trascinare i suoi uomini all’azione con l’entusiasmo di un liceale, e MacArthur riteneva quella dote indispensabile in chi doveva comandare le truppe a Inchon. Riuscito lo sbarco, non sarebbe stato più importante chi fosse a comandare.


Fra gli ufficiali superiori dei Marines non ci fu mai un solo attimo di incertezza sull’importanza dello sbarco, non solo per la guerra, ma anche per la sopravvivenza del Corpo, che era stato costretto a una spietata riduzione degli organici dopo la fine della guerra ed era ormai ridotto all’ombra della potenza che aveva avuto solo cinque anni prima al punto che era opinione diffusa che nel volgere di un altro lustro, i Marines sarebbero stati confinati a fornire solo contingenti simbolici alle unità della Flotta. L’anno prima, il segretario alla Difesa, Louis A. Johnson, aveva dichiarato, durante una discussione al Congresso tesa a ottenere fondi per il bombardiere B36, che nell’era nucleare non vi sarebbe più stata necessità di operazioni anfibie.  Come conseguenza, Johnson si diede attivamente da fare per eliminare definitivamente il Corpo dei Marines, che era già stato decimato dai tagli di bilancio seguiti al termine della Seconda Guerra Mondiale. “Il Corpo si batteva per la sua stessa esistenza”, disse il generale Shepherd. In Corea, e, soprattutto a Inchon, lui e i suoi fanti da sbarco intravidero una suprema occasione per dimostrare alla nazione quello che il Corpo era ancora in grado di fare.

 

 


Il 10 Settembre, aerei dell’USAF e della Navy cominciarono a colpire Wolmi-do. Almond si era opposto con tenacia all’attacco, che avrebbe sacrificato la sorpresa dell’azione, ma i Marines erano stati altrettanto inamovibili: non si poteva affrontare la spiaggia principale con alle spalle quell’isolotto pieno di nord coreani armati fino ai denti nei bunker e nelle caverne scoperti dalla missione Trudy Jackson, e dalle quali potevano battere coi loro pezzi d’artiglieria e mitragliatrici le spiagge di invasione principali. E la spuntarono loro. Presto, agli aerei si aggiunsero le navi, che avrebbero martellato l’isola per cinque giorni e cinque notti. Attacchi diversivi di uguale ampiezza e durezza furono lanciati contro i porti di Kunsan, Posung-Myon e  Chinnampo, cosa che disorientò notevolmente i comunisti sul reale punto di sbarco americano. Va anche detto che i comandanti locali, a Inchon, apparivano comunque sicuri di essere in grado di respingere lo sbarco, e forse quella è la ragione per la quale non chiesero rinforzi.

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La rotta della flotta d'invasione. A destra, Robert Donald Taplett (1918-2004), all'epoca comandante di battaglione dei Marines.







 

Il primo convoglio della flotta d’invasione, 260 unità agli ordini dell’ammiraglio Struble, salpò da Yokohama il 5 Settembre. Era una flotta da trasporto improvvisata e raccogliticcia, quella che portò gli americani a Inchon: delle navi maggiori, 37  LST che avevano operato durante la Seconda Guerra Mondiale, erano state poi cedute alla marina mercantile giapponese ed ora erano state richiamate in servizio coi loro ufficiali giapponesi affiancati da personale americano arrivato in volo dagli Stati Uniti. Alcune di esse puzzavano incredibilmente di pesce, la manutenzione era approssimativa al punto che quasi tutte soffrirono di continue avarie riparate con fantasia e spirito di adattamento dal personale americano.


Pochi trovarono gradevole il viaggio verso Inchon, stipati come pesci in barile dentro vecchie navi prive di qualsiasi servizio essenziale. A quello si aggiunse il tifone Krizia, coi suoi venti a oltre duecento chilometri all’ora che devastarono gli stomaci e i nervi dei 70 mila soldati americani stipati sottocoperta. Su alcune unità, diversi veicoli strapparono gli attacchi di sicurezza e fecero parecchi danni spostandosi col rollare delle navi nella tempesta prima che si riuscisse a bloccarli.

Salvo il personale impegnato a costruire le scalette di legno necessarie a superare le dighe foranee, gli uomini restarono distesi nelle cuccette o giocarono a carte tutto il tempo, avendo ben poco altro da fare. I piani erano completi. Il convoglio doveva mantenere il silenzio radio, ma Almond pretese che ogni giorno gli venissero lanciati da un aereo i dispacci. Pare che perfino MacArthur ne fosse contrariato. Alle prime ore del 13 Settembre, la nave comando dell’armada, la Mount McKinley, salpò dal porto di Sasebo con MacArthur a bordo; avrebbe raggiunto lo stretto di Inhon assieme alle altre navi del convoglio, due giorni dopo, il 15, proprio mentre iniziava l’attacco a Wolmi-do.


Carrying-scaling-ladders-.jpgTroops-of-the-31st-Infantry-Regiment-lan

 

 

 Due momenti dello sbarco. Notare, a sinistra, le scale per salire sulle dighe foranee.






Il contingente d’attacco era costituito dal 3° Battaglione del 5° Reggimento del Corpo, accompagnato da sei carri M26 Pershing, più altri due M26 apripista e un nono lanciafiamme. Alle 0630L presero terra nella parte settentrionale dell’isola, in un punto designato Green Beach. Un blocco stradale posto dai nordcoreani all’imboccatura della diga foranea, fu rapidamente spazzato via dagli M26, e alle 0655L la bandiera fu issata a Radio Hill, un’altura di un centinaio di metri dalla quale si dominava il porto di Inchon. Nel giro di un’ora l’intera isola era occupata, anche se la messa totale in sicurezza dell’area richiese fino a mezzogiorno, al prezzo di 14 morti fra i Marines e almeno 200 fra i nordcoreani, appartenenti in massima parte al 918° Reggimento di Artiglieria. Un numero imprecisato di soldati del 226° Reggimento di Fanteria di Marina furono sepolti vivi dai carri apripista all’interno delle caverne dove si erano arroccati in difesa e dalle quali si rifiutavano di uscire per arrendersi. Altri 200 nordcoreani furono comunque catturati nelle ore successive.




Korean-map-Wolmi-do.jpg


















































Per tutto il viaggio di trasferimento dal Giappone, MacArthur era rimasto chiuso nella sua cabina. Soltanto mentre i primi leather necks scendevano nei mezzi da sbarco usando le reti antisiluro come scalette di corda improvvisate, sotto il rimbombo continuo e cadenzato dei pezzi da cinque e da otto pollici dei caccia e degli incrociatori, il comandante in capo si presentò in plancia in tutto il suo splendore. Quella era la sua creazione, la sua ora, il suo ultimo grandioso momento di gloria marziale prima che il tarlo della delusione, del disappunto, della sconfitta, cominciasse a distruggere il suo infinito ego e la sua altrettanto grande reputazione. Si installò nella poltrona del comandante, affiancato dai suoi reverenti cortigiani, con tutti i suoi attributi di maestà: la pipa, l’enorme berretto con la visiera stracarica di fregi dorati, il mento superbo e gli occhiali da sole. E fu lì che i fotografi lo immortalarono per i posteri, come il condottiero alto sul mare, a osservare lo svolgimento del suo ultimo trionfo. E il suo primo atto, vista la bandiera apparire sulla sommità del Colle della Radio di Wolmi-do, fu di far trasmettere a Struble, in chiaro, tramite segnalazione ottica “La Marina e i Marines non hanno mai avuto luce migliore di quella di stamattina”.



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MacArthur osserva le operazioni dalla Mount McKinley.


















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A mezzogiorno, quando la metà del piano operativo era stato svolto con successo e dalla spiaggia si reagiva con un fuoco soltanto sporadico, cominciò il lungo intervallo prima del gran finale. Mentre la marea di ritirava scoprendo chilometri e chilometri di fango tra la flotta d’invasione e la riva, i soldati sulle navi attendevano, impotenti, che il mare tornasse. A Walmi-do, completamente isolati dalla flotta, i Marines attendevano accanto alle loro armi, augurandosi che il nemico non contrattaccasse. Chiesero, ma la risposta fu negativa, di proseguire l’avanzata lungo la massicciata della diga foranea verso la città, quindi si limitarono a battere, con le mitragliatrici e i mortai, la spiaggia non appena vi notavano attività. I Corsairs della flotta si spingevano per chilometri nell’interno, mitragliando e spezzonando a bassa quota tutto quello che vedevano muoversi, pronti a contrastare qualsiasi tentativo comunista di inviare rinforzi verso la zona d’invasione. Pure, stranamente, nessuno si mosse. Alle 1430L, gli incrociatori ripresero a martellare Inchon.

Alle 1645L il primo mezzo da sbarco si staccò dai trasporti carico di Marines, diretto verso il profilo coperto di fumo della città di Inchon. L’operazione fu quanto mai improvvisata: il maggiore Ed Simmonds, veterano del Pacifico dove ogni operazione anfibia era provata e riprovata e calcolata nei minimi dettagli, e che ora comandava la compagnia di rincalzo (armi d’accompagnamento) del III Battaglione, 1° Marines, ricorda di aver provato un senso di nausea e di vertigine quando un tenente di vascello gli indicò la spiaggia lontana, al momento di salire sul cingolato anfibio, e gli gridò: “Non so dove, ma da qualche parte laggiù c’è la sua spiaggia, vada a cercarla e se la prenda. Ah, questi sono i suoi interpreti” e gli consegnò due sorridenti  contadini coreani che, scoprì una volta in navigazione, non sapevano una parola d’inglese. Prima, tuttavia Simmonds chiese al pilota del mezzo dove fosse la bussola per tentare di guidare l’assalto con le carte che aveva. “E che cazzo ne so”, fu la risposta del marinaio, “fino a dieci giorni fa io facevo il tassinaro a South Philly (un’aerea periferica di Philadelphia, nda)”. Simmonds guidò il mezzo a occhio, dirigendolo verso il punto della costa che gli parve più pieno di fumo.


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I Marines sbarcano a Inchon. Secondo la tradizione, il Marine che sta scavalcando la rampa del mezzo da sbarco, è il tenente Baldomero Lopez (1925-1950), nella foto a destra, che sarebbe morto quindici minuti più tardi, ucciso da una granata nemica cui fece scudo col proprio corpo per salvare i suoi uomini. Medaglia d'onore alla memoria.




Alle 1731L i primi americani presero terra, coperti dalle squadre di rincalzo. Fu occupato il consolato britannico, e un plotone salì sulla Observatory Hill, dalla quale si dominava l’intero porto. Nonostante una serie di violenti scontri a fuoco con sacche di difensori, apparve rapidamente evidente che la maggior parte dei comunisti sopravissuti era ancora intontita per il bombardamento. C’era molta confusione, fra gli americani, gli sbarchi accuratamente pianificati a ondate successive della guerra del Pacifico erano solo un ricordo: il corrispondente di guerra britannico James Cameron, ricorda di aver visto due mezzi da sbarco uscire dal fumo e puntare uno contro l’altro in perfetta rotta di collisione, né i timonieri né i soldati a bordo parevano essersi accorto di quanto stava accadendo finché non cozzarono uno contro l’altro incendiandosi; un cingolato anfibio andò a sbattere contro la fiancata dell’incrociatore Kenya e diversi altri mezzi andarono al largo per miglia, anziché verso la costa. La visibilità era molto scarsa in mezzo al fumo e alla pioggia che batteva l’area dello sbarco fin dalle prime ore della giornata. La maggior parte di quelli che sbarcarono a Inchon ricorda soltanto di essere arrivata a terra inzuppata di pioggia, mentre cominciava a imbrunire. Ufficiali e soldati si misero a correre appena sbarcati, creando postazioni per i comandi di compagnia o mettendosi al riparo dal fuoco occasionale del nemico, che riuscì comunque ad affondare una LST a Blue Beach. L’oscurità era rotta dalle vampate degli spari, dal bagliore delle esplosioni e degli incendi e dal crepitare delle armi automatiche. A Red Beach otto LST furono arenati contro la diga frangiflutti e dal loro interno rotolò fuori un fiume di carri armati, autocarri, jeep, munizioni, viveri, medicinali che cominciarono a fornire carne viva, secondo la definizione di Cameron, allo scheletro della testa di ponte.



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I Marines trascorsero la notte accanto le loro armi, preoccupati per un contrattacco che non venne, fino a quel momento le perdite erano state irrisorie per le portate dell’operazione e i timori della vigilia: fra morti e feriti, le truppe delle Nazioni Unite avevano perso 200 uomini, alcuni dei quali annegati quando i loro cingolati anfibi si erano rovesciati nella confusione dello sbarco.

Alle prime luci del giorno successivo, 16 Settembre, mentre i Marines muovevano cautamente dalle loro posizioni verso l’interno, si videro civili coreani emergere dalle macerie delle loro case sbriciolate dal bombardamento navale americano sul lungomare di Inchon. “C’era ancora in piedi un bel po’ di roba”, ricorda Cameron, “e ci chiedevamo come mai. Dalle case venne fuori parecchia gente, un bel numero di abitanti. Molti erano intontiti dalle esplosioni, correvano da tutte le parti o barcollavano incerti, continuando ad alzare e abbassare le mani non si sa se in segno di resa o di saluto. Alcuni ci gridavano, mentre passavamo davanti loro, le uniche parole di inglese che conoscevano, ‘Thank you, thank you’, e l’ironia di questa espressione sconfinava dal grottesco nel macabro”.




ewwilliamson-photo-03.jpgEllis W. Williamson (1918-2007), all'epoca colonnello dell'Esercito.


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Il 1° e il 5° Marines presero contatto nelle prime ore del 16 e iniziarono immediatamente la spinta verso est, in direzione della capitale, lasciando al Terzo battaglione ROKMC l’incarico di rastrellare Inchon. Nel frattempo, gli Underwater Demolition Teams della Navy ripulirono le acque dagli ostacoli e dalle mine, e i Seabees misero rapidamente in funzione un molo artificiale che permise di far approdare le altre LSTs in maniera più efficiente di quanto fatto a Red Beach. Nel giro di una settimana, sarebbero state sbarcate 25000 tonnellate di rifornimenti, assieme a 6629 veicoli vari e a 53882 soldati.


I comunisti nel frattempo, avendo finalmente realizzato quanto stava accadendo, organizzarono un contrattacco. Sei diverse colonne di carri T34, per un totale di circa 120 MBTs, accompagnate da fanteria in gran parte appiedata, furono avvistate dalla ricognizione e immediatamente, e pesantemente, colpite dagli F4U del VMF 214, che perse un aereo con l’uccisione del pilota impossibilitato a paracadutarsi per la bassa quota. I pochi carri comunisti scampati alle attenzioni dei Corsairs, furono dispersi dai Pershings americani.


Il 5° Marines si mise in testa all’avanzata, sul lato nord della rotabile per Seoul, mentre il 1° procedeva lungo il lato meridionale. Superando una sporadica resistenza comunista, la sera del 17  gli americani erano ormai padroni dell’aeroporto di Kimpo, sulle cui piste, rapidamente rimesse in funzione dai genieri, fin dal mattino dopo cominciarono a scendere i Curtis Commando C46 e i Douglas Skymaster C54 carichi di rifornimenti, provenienti dal Giappone.


5.jpg Combattimenti a Seoul. Notare il Marine che fuma, nella foto qui a sinistra. Sotto, i carri sllo sfondo sono Sherman M4.










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Entro la sera del 19, il 5° aveva ripulito tutta la sponda meridionale del fiume Hansul, mentre il 1° procedeva più lentamente, avendo incontrato sulla sua strada un reggimento della 18a Divisione di fanteria nordista che, meglio comandato ed organizzato delle precedenti unità, e aiutato da un terreno difficile, costrinse i GIs a diverse ore di duri combattimenti per raggiungere Yongdungpo, il sobborgo di Seoul sul lato meridionale del fiume Han.


Le difficili relazioni fra l’Esercito e il Corpo dei Marines divennero sempre più evidenti mentre si avanzava verso Seoul. Gli uomini di Smith dimostrarono una persistente irritazione nei confronti della fretta che Almond continuava a fare loro, ossessionato com’era dalla promessa, fatta a MacArthur, di liberare Seoul entro il 25 Settembre, tre mesi esatti dopo l’invasione comunista. “Voleva a tutti i costi quel maledetto bollettino”, disse disgustato Ollie Smith. “Gli dissi che doveva chiederlo al nemico, non a me, quando avrei potuto liberare Seoul”.


Alcuni ufficiali di fanteria, peraltro, si dichiararono sconcertati dalla tattica usata dai Marines.  “I marines sono un prodotto della loro storia,” ricorda l’allora colonnello dell’Esercito, Ellis Williamson. “Sono addestrati, indottrinati a spostarsi dalla nave alla spiaggia e continuare ad andare avanti finché non avranno eliminato la resistenza contro la testa di ponte. L’idea di aggirare sul fianco una posizione li fa inorridire. Noi li chiamavano i soldati della tiritera, perché il loro motto era Hey, dindle, dindle, right up the middle (Dentro, dentro dritto al centro, nda). Durante quella marcia verso Seoul li ho visti fare cose che nessun reparto dell’Esercito avrebbe mai nemmeno lontanamente pensato subendo perdite molto più gravi di quanto noi ritenevamo accettabile e, in ultima analisi, rallentando continuamente l’avanzata per evacuare i feriti e attendere i rincalzi, riorganizzarsi, controllare se avevano munizioni a sufficienza per sostenere un altro scontro, e via così”.


È interessante notare che l’opinione di Williamson sui Marines americani, come soldati, sia quella condivisa dalla maggior parte degli ufficiali dell’esercito in tutto il mondo a proposito dei loro confratelli da sbarco. È probabilmente vero che il Corpo dei Marines ha dato più importanza al coraggio che alle tattiche, perfino il generale Shepherd criticò La lentezza dell’avanzata di Ollie Smith verso Seoul: “Se chi comanda un inseguimento pretende di avere sempre le sue forze schierate in ordine, farebbe bene a non cominciare nemmeno l’inseguimento”, disse. Eppure, in Corea, il coraggio e la decisione dei marines rimasero intatti per tutti e tre gli anni di guerra, mentre vari reparti dell’esercito si dimostrarono gravemente carenti sia sul piano morale che su quello professionale. Gli ufficiali superiori della 1a Divisione Marines non possono certo essere definiti raffinati intellettuali, ma fra Inchon e Panmunjom, Smith e i suoi uomini si sono sicuramente guadagnata la gratitudine del mondo libero.



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A balzi e soste, le lunghe file di soldati si mossero avanti, con l’equipaggiamento pesante trasportato dalle jeep e dagli autocarri. Il caporale Selwyn Handler, all’epoca ventenne, ricorda il tiro nervoso dell’artiglieria e dalle esplosioni dei razzi tirati dai Corsairs che poi sorvolavano le colonne di Marines battendo le ali in segno di saluto. Handler ha come delle brevi istantanee di quei giorni: alcuni sbandati nordcoreani trovati in una caverna e passati per le armi sul posto benché si fossero arresi, un colonnello che caccia urlando i marines da una fabbrica di birra appena “conquistata”, un bambino coreano che cammina curvo sotto il peso di un sacco di riso più grande di lui, un Corsair colpito dalla contraerea che pare incespicare e poi esplodere in aria.

 

Mentre il X Corpo di Almond puntava a est, il 16 Settembre, sotto una pioggia battente, l’Ottava Armata di Bulldog Walker riusciva a sfondare a Pusan. Fu un’operazione di una lentezza esasperante per i ritmi di MacArthur, ma la pioggia continua, torrenziale, impediva all’aviazione di appoggiare concretamente l’avanzata delle Nazioni Unite. Solo il 19, quando il cielo schiarì, i bombardieri riuscirono a frantumare le linee comuniste e a permettere l’avanzata oltre il fiume Naktong. I comunisti fuggivano praticamente senza combattere, gettando armi, equipaggiamento, perfino le uniformi: le perdite più grosse, ad esempio, il contingente inglese le ebbe il 23, quando due Mustangs americani mitragliarono e spezzonarono a bassa quota una collina appena conquistata dai fucilieri degli Argyll & Sutherland: 17 morti e 76 feriti prima che si riuscisse a far sospendere l’attacco. Un altro episodio di fuoco amico, fortunatamente senza morti, si ebbe tre giorni più tardi quel tragico incidente, quando le avanguardie della 1a Divisione di Cavalleria che avanzavano verso nord dal Perimetro di Pusan si incontrarono con reparti del 7° Fanteria che scendevano a sud da Inchon.


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Più a nord, il 1° Marines dovette impegnarsi duramente per tre giorni a Yongdungpo, mentre il 5° riusciva, dopo due tentativi andati a vuoto, ad attraversare il fiume Han. Il 25, entrambi i reggimenti erano impegnati nei duri combattimenti strada per strada che caratterizzarono la riconquista di Seoul: tre giorni di scontri feroci che devastarono interi quartieri della capitale. Anche se la ricognizione rivelava che il grosso dell’esercito comunista era in  rotta verso nord, le retroguardie, a Seoul, si batterono ferocemente facendo pagare caro agli uomini delle Nazioni Unite ogni metro conquistato.


La battaglia dei Seoul divenne fonte di prolungate controversie e costituì l’esempio di una forma di massacro che sarebbe divenuta tristemente popolare durante il Vietnam: la distruzione in nome della liberazione. Numerosi soldati e ufficiali sostennero, dopo la guerra, che la maggior parte delle distruzioni e delle vittime civili avrebbero potuto essere evitate con un efficace aggiramento invece di un assalto diretto appoggiato in modo preponderante dall’aviazione, dall’artiglieria e dai carri armati. Ma MacArthur e Almond volevano prendere Seoul alla svelta: davanti, avevano 20 mila comunisti decisi a tutto, ma ci fu anche molta psicosi e, spesso, degli overkills assolutamente irragionevoli. “Era sufficiente un cecchino che esplodeva qualche colpo contro una pattuglia americana, perché l’intero quartiere venisse raso al suolo dai cacciabombardieri o dall’artiglieria,” ricorda lo storico David Rees, che combatté a Seoul. “Alla base del pensiero militare dell’Occidente c’è la convinzione che per risparmiare le vite dei propri soldati se devono usare i mezzi e le armi. La Corea divenne in breve la spaventosa dimostrazione degli effetti di quella concezione da parte di un avversario che aveva i cannoni contro un altro che aveva solo la carne”.


I marines entrarono nella capitale da nord, da sud e da ovest, mentre un reggimento della 7a Divisione e il 187° gruppo da combattimento reggimentale aeroportato proteggeva i fianchi. Alcuni soldati rimasero inorriditi dalle atrocità scoperte. Selwyin Handler fu fra coloro che entrarono in un centro di detenzione nordcoreano. Ricorda di essere svenuto alla vista di un tavolo sul quale erano allineate le teste, staccate dal corpo a colpi di accetta, di diversi sudcoreani. A tutti erano stati strappati gli occhi, probabilmente mentre erano ancora in vita. Ed Simmonds del III battaglione, 1° Marines, fu tra coloro che scoprirono una fossa comune piena di cadaveri: uomini, donne, bambini, a centinaia. Per giorni, ricorda, i civili continuarono ad arrivare nella speranza di identificare qualcuno dei loro cari arrestati dai comunisti. Il colonnello Taplett, III battaglione, 5° Marines, veterano della guerra del Pacifico, la prese con più filosofia. “È così che questi gooks (scimmie, nda), trattano i loro simili”, disse, e quella per lunghi anni fu l’opinione condivisa da parte di gran parte delle truppe delle Nazioni Unite.


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Una fossa comune ritrovata dalle truppe delle Nazioni Unite.

























La notte del 25, il 5° Marines ricette lo sgradevole ordine di attaccare alle 0200L. Venne chiarito che era la conseguenza diretta dell’ossessione di Almond di avere il controllo di Seoul entro la data promessa a MacArthur. Il maggiore Simmonds aveva assunto il comando temporaneo di una compagnia di fucilieri al posto del suo comandante effettivo, che si era barricato in una distilleria di vino di riso con alcune cariche da demolizione e minacciava di fare esplodere tutto se non lo avessero lasciato scolarsi quello che aveva trovato. “Prendetevi i miei gradi,” urlava, “portatevi anche mia moglie e i miei figli, qui sono e qui resto”. Non fu l’unico episodio vergognoso, ricorda. Al mattino, avanzando fra le rovine, sorpresero altri soldati occupati a saccheggiare le case, a gozzovigliare con quanto trovato, una pattuglia che risultava dispersa da due giorni fu ritrovata all’interno di un’altra distilleria di vino di riso, tutti i soldati ubriachi fradici e con loro tre nordcoreani nelle medesime condizioni. Gli otto uomini di un’altra pattuglia dispersa furono ritrovati invece in una fogna, dove si erano nascosti dopo aver rubato degli abiti civili da un cortile dove erano stesi ad asciugare.

Il 5° Marines raggiunse il Campidoglio di Seoul soltanto il 27, due giorni dopo che Tokyo aveva annunciato in pompa magna la liberazione della città in perfetto accordo col comandante supremo. E con rammarico dei visitatori, subito dopo avere issato la bandiera a stelle e strisce, fu ordinato loro, diplomaticamente, di ammainarla e sostituirla con quella azzurra delle Nazioni Unite.

Due giorno dopo MacArthur in persona presiedette alla solenne cerimonia fra le rovine dell’edificio per celebrare la liberazione di Seoul e il ritorno del presidente, Syngman Rhee. I capi di Stato Maggiore, a Washington, cercarono invano di evitare quella pagliacciata, data anche la loro riluttanza a identificare gli Stati Uniti col controverso presidente sudcoreano, ma MacArthur apparve deciso ad assaporare il suo trionfo, incurante del prezzo in vite umane che era costato, ai suoi uomini e ai civili coreani. “Se Chromite fosse stata pianificata con la stessa cura di quella cerimonia, sarebbe stato magnifico”, commentò acido Ed Simmonds. Un quantitativo enorme di uomini e di mezzi era stato distolto dalla battaglia per costruire un ponte di barche attraverso il fiume Han e consentire a MacArthur e alla sua colonna motorizzata di arrivare direttamente in città dall’aeroporto di Kimpo.

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MacArthur arriva a Seoul.















In mezzo alla rovine del Campidoglio della capitale coreana, il comandante supremo si lanciò in una delle sue caratteristiche arringhe grondanti retorica e banalità a beneficio della folla di soldati, ufficiali di marina e corrispondenti che attorniavano lui e Rhee: “Per grazia della divina provvidenza, le nostre forze si sono battute sotto il vessillo della massima speranza e ispirazione dell’umanità, le Nazioni Unite, e hanno liberato questa antica città capitale della Corea”. La filippica fu interrotta dal crollo di vetri e mattoni che venivano giù dalla cupola danneggiata, trenta metri sopra le loro teste, provocando un fuggi fuggi generale che MacArthur finse di non vedere. Si rivolse a Rhee: “Signor presidente, i miei ufficiali ed io riprenderemo ora il nostro dovere di soldati, lasciando a lei e al suo governo i compiti della responsabilità civile”. I due si strinsero la mano, Rhee tratteneva a stento le lacrime. “Noi la ammiriamo”, disse al generale. “Noi le vogliamo bene, come salvatore del nostro amato Paese, del nostro popolo, della nostra razza”.


MacArthur se ne tornò a Tokyo ammantato della propria serena convinzione di un destino adempiuto, avvolto in un’aura di invincibilità che lasci ammirati perfino i capi del suo Paese. Era convinto che la guerra di Corea fosse vinta e che fosse merito esclusivo suo. Chromite costò agli americani 222 morti e circa 800 feriti, sconosciute le perdite nordcoreane e quelle fra i civili.



Bibliografia:

·  Blair, Clay, The Forgotten War: America in Korea, 1950–1953 Naval Institute Press (2003).

·  Clark, Eugene Franklin. The Secrets of Inchon: The Untold Story of the Most Daring Covert Mission of the Korean War: Putnam Pub Group (2002) .

·  Hastings, Max, The Korean War, Touchstone Books, 1988

·  Rottman, Gordon R. 'Inch'on 1950'; The last great amphibious assault; Osprey Campaign Series #162; Osprey Publishing, 2006.

·   Stolfi, Russel H. S. "A Critique of Pure Success: Inchon Revisited, Revised, and Contrasted." Journal of Military History 2004 68



  



Inchon: a sinistra, il monumento in ricordo della sbarco. A destra: la statua di MacArthur.
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Published by Riccardo - in Guerra di Corea
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