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6 luglio 2009 1 06 /07 /luglio /2009 18:50





Arido e inospitale (vi si registrano le più alte temperature dell’America Latina), il Gran Chaco è una porzione del Chaco Boreal, un’area vasta due volte l’Italia, addossata alle Ande e al confine fra gli attuali Paraguay, Bolivia e Argentina. È una steppa arida, simile ai deserti nordamericani dei film western, che, procedendo verso est, lascia il posto a foresta spesso molto fitta, costituita da macchie di quebracho e di erba elefante. Per molti anni, la sua economia è stata basata sull’allevamento del bestiame brado, e sul tannino estratto dal legno del quebracho per conciare le pelli. Eppure ha provocato la più sanguinosa guerra dell’America Latina.

In epoca coloniale, il Gran Chaco apparteneva alla medesima audiencia della Bolivia, e questa è la ragione per la quale La Paz, una volta ottenuta l’indipendenza da Madrid, non ha mai smesso di avanzare pretese sul territorio. Ma gli aristocratici criollos che per anni hanno guidato il Paese andino, così come gli indios Quecha dell’Altiplano, hanno niente in comune con gli indios Guarani del Chaco o coi coloni bianchi della zona. I boliviani non hanno mai vissuto nel Chaco, né hanno mai sfruttato le sue risorse. Così le pretese boliviane non andarono mai oltre qualche disputa diplomatica. Le cose si complicarono quando, nel 1884, la Bolivia, in seguito a una guerra col Cile, perse il suo accesso all’Oceano Pacifico. Oggi può sembrare incredibile, ma nella mentalità dell’epoca, l’accesso indipendente al mare era ritenuto indispensabile per un grande Paese, e la Bolivia, sentendosi erede diretta della grandeur inca, per quanto governata da un’aristocrazia spagnola con la puzza al naso, doveva riguadagnarlo. Vista l’impossibilità di spuntarla contro il Cile troppo forte, sul piano militare, La Paz si rivolse al Chaco, con l’intenzione di costruire un porto sul fiume Paraguay che la mettesse in diretto contatto con l’Atlantico. Le mire espansionistiche del Paese andino erano aiutate anche dal fatto che Asuncion aveva una sovranità più nominale che effettiva sul territorio, come si è visto praticamente disabitato e in larga parte affittato a latifondisti argentini per farvi pascolare il bestiame, con piccole comunità Mennonite impegnate a macchia di leopardo in stentate aziende agricole basate più che altro sullo sfruttamento del quebracho. Per anni, grazie anche alla mediazione dell’ex-Presidente Usa Rutheford B Hayes (molto stimato in America Latina) e del Re del Belgio, la querelle non era andata oltre la retorica nazionalista tipica dell’area e dell’epoca, c’erano stati diversi incidenti di frontiera, il più grave del quale avvenne il 25 Febbraio 1927, nel corso del quale fu ucciso un ufficiale paraguaiano, il tenente Rojas Silva, ma nulla di più.

 



La parte occidentale del Chaco, nei pressi della Cordigliera Andina.




La parte orientale del Chaco, dove la vegetazione si fa più fitta.


Un fatto venne però a mutare, nel 1928, i delicati equilibri dell’area: la scoperta del petrolio nella parte occidentale del Chaco. In realtà, l’Eldorado nero si rivelò una pia illusione, i giacimenti erano drasticamente inferiori alle aspettative e i problemi connessi all’estrazione troppo grandi per renderla competitiva (all’epoca, il petrolio costava l’equivalente attuale di un dollaro e quaranta il barile): qualcosa di simile è accaduto di recente con l’area caspica, per intenderci. Ma tanto bastò per incendiare le polveri.

I combattimenti ebbero inizio nel 1928, quando la Bolivia stabilì un avamposto sul fiume Paraguay, il cosiddetto Fortín Boquerón, per costruirvi un porto; le truppe inviate da Asuncion ebbero buon gioco nello spazzarlo via, dando così inizio a una serie di scontri di pattuglie che durarono alcuni mesi, finché la Società delle Nazioni non impose una tregua, che sarebbe durata, con qualche violazione da ambo le parti, per quattro anni. Poi, nel 1932, l'esercito boliviano al comando del presidente Daniel Salamanca attaccò una guarnigione presso il lago Pitiantuta. Le ostilità ripresero stavolta su larga scala, anche se con molte difficoltà dovute principalmente a motivi logistici: il clima ostile, paludi e foreste, assenza di strade, spesso anche di semplici tracciati nella savana, uniti alle grandi distanze da percorrere, resero il movimento delle truppe estremamente difficoltoso. Le malattie e la carenza di materiale fecero il resto, benché entrambi i belligeranti fossero determinati a combattere una guerra moderna nel senso che si dava allora al termine.




Albero di quebracho.

In un primo momento, La Paz ebbe dalla sua il vantaggio, particolarmente in aria: il Cuerpo de Aviación disponeva di una sessantina di aerei, fra i quali numerosi caccia, e diversi aerei da trasporto Junkers W.34 rapidamente convertiti in bombardieri con quattro bombe da 100 chili (due da duecento, secondo altre fonti). Il governo boliviano, inoltre, sfruttando le royalties sulle miniere di stagno e di rame, procedette a massicci acquisti di armi sul mercato inglese, soprattutto presso la Vickers, di cui era un cliente storico: carri 6-tonne, cingolette Carden-Lloyd Mk. VI, pezzi da montagna da 55 mm, mitragliatrici e caccia Vickers Type 143, acquistati in sei esemplari col nome Bolivian Scouts. Furono acquistati anche quattro Curtiss P-1 Hawks e nove Hawk II, oltre a nove assaltatori biposto Curtiss Falcon, capaci di portare ognuno quattro bombe da cinquanta libbre sotto le ali. Nel contempo, le truppe di terra furono fornire di adeguata protezione, ricevendo gli eccellenti SEMAG-Becker 20-mm in ragione di due per ogni divisione (in realtà un battaglione rinforzato).

Mentre la Bolivia poteva sperperare il denaro delle sue concessioni minerarie, il Paraguay si trovava a fare i conti con problemi economici apparentemente insormontabili: Paese povero, senza risorse minerarie, si era trovato particolarmente colpito dalla Grande Crisi. Le sue forze aeree potevano contare su diversi assaltatori Potez 25A.2 e su sette monoplani da caccia Wibault 73C.1: il Potez era essenzialmente un COIN, eccellente in questo compito, con un discreto carico bellico (200 chili), tuttavia assolutamente impossibilitato ad affrontare qualunque minaccia aerea, il secondo era stato ai suoi tempi un buon caccia, interamente metallico (una novità, negli anni Venti), ma ora assolutamente obsoleto. Come non bastasse, ad aggravare le cose, Asuncion ci aveva messo del suo, scegliendo un unico motore per entrambi i velivoli per economizzare sulla logistica. La scelta era caduta sul Lorraine-Dietrich 12Eb, un motore da 450 cavalli che si sarebbe rivelato pessimo, nel cima del Gran Chaco, rendendo quasi inutilizzabili gli aerei che lo montavano.



Cingoletta boliviana Carden-Lloyd nella boscaglia.



Obice boliviano trainato da cingoletta Carden-Lloyd.




Artiglieria, probabilmente boliviana, nello
scrub.



Curtiss Hawk II, in alto, e Vickers Type 143 Bolivian Scout.




In alto, Wibault 73C.1 Primera Escuadrilla de Caza, 2nd Lt. Juan Gonzales Doldan, Campo Grande, 1932; sotto: Potez 25A.2.

 
Vickers 6-tonne, con cannone da 47 mm.



Né le forze di terra erano in condizioni migliori: il Paraguay, fra l’altro, non disponeva di un esercito vero e proprio come la Bolivia, ma di una milizia formata su base volontaria, male armata e peggio addestrata: i primi scontri furono sostenuti più con machete e i forconi (e perfino pietre e bastoni) da contadini e vaqueros, che non con le armi, distribuite in ragione di un fucile Mauser ogni squadra di dieci uomini; se quegli scontri non si tramutarono in stragi fu solo per la migliore conoscenza del terreno che permetteva tattiche di guerriglia contro soldati andini disorientati dalla calura, oppressi dalla bassa quota e tormentati dagli insetti cui non erano abituati. Nei mesi che precedettero lo scoppio della guerra, il governo di Asuncion riuscì comunque a garantirsi un prestito segreto dall’Argentina, e una commissione civile rastrellò freneticamente le piazze europee in cerca di equipaggiamento. Ironicamente, ottennero in un certo senso risultati migliori dei loro più ricchi nemici: i boliviani sperperarono in cannoni e mitragliatrici pesanti assolutamente inutili nella boscaglia del Chaco, al contrario dei mortai Stokes-Brandt e dei fucili mitragliatori Madsen acquistati dai paraguaiani, che potevano oltretutto contare sulle munizioni fornite clandestinamente dagli argentini.

Altro errore commesso dai boliviani, fu l’eccessivo affidamento sui mercenari. In realtà, entrambi i Paesi li utilizzarono, gli aerei paraguaiani erano portati in combattimento da piloti russi (cechi e tedeschi, molti dei quali veterani della Grande Guerra, volavano la maggior parte dei velivoli boliviani), senza contare che una missione militare italiana curò l’addestramento delle forze di terra paraguaiane, ma mentre i boliviani facevano affidamento anche su alti ufficiali stranieri, il loro capo di stato maggiore, generale Hans Kundt, era un veterano tedesco della Grande Guerra, e su reparti di fanteria soprattutto cileni, i paraguaiani si avvalsero sempre e solamente di loro ufficiali, con buona conoscenza del terreno e, soprattutto, del fattore umano. Non si trattava di campesinos sprovveduti, come a prima vista si potrebbe pensare, molti di loro avevano combattuto con le truppe francesi durante la Prima Guerra Mondiale, facendo tesoro dell’esperienza. Il capo di stato maggiore paraguaiano, colonnello (poi generale, infine maresciallo) José Félix Estigarribia, seppe unire abilmente l’esperienza di quegli ufficiali con l’abilità delle loro truppe, il cui nerbo era costituito da indios Guarani, indisciplinati e apparentemente inadatti a una guerra moderna, ma profondi conoscitori del terreno; seppe sfruttare abilmente le scarse risorse umane e materiali, evitando gli assalti suicidi alle posizioni trincerate che aveva visto a Verdun pochi anni prima, ma sfruttando la conoscenza del terreno e l’armamento più idoneo, riuscì a praticare una guerra di movimento senza un fronte vero e proprio, una sorta di guerra di guerriglia che gli permise di infliggere perdite dolorose al nemico.




Mappa delle operazioni belliche.




Escadra de Caza "Los Indios", Paraguay, 1933.



Fortificazione da boscaglia del tipo usato con successo dai paraguaiani.



Uno Junkers boliviano mentre carica dei feriti.





Altri feriti in attesa di essere evacuati.





Caproni Ca.101.




Fiat Cr.20bis.



Un "fortino" del Chaco.





Nido di mitragliatrici nella giungla. Le tattiche paraguaiane si rivelarono particolarmente efficaci.

 

Soldati boliviani. Sotto: truppe paraguaiane.




Per contro, i comandi boliviani sembravano, nella descrizione di un cronista americano dell’epoca, inadatti anche a una battuta di caccia alla volpe: “si preoccupano più di sporcare le loro uniformi appena lavate che di combattere”, annotò. Gli ufficiali mancavano totalmente di senso tattico e di immaginazione, e il loro comandante Kundt, era, se possibile, anche peggiore di loro. Mentre era stato un ottimo comandante in tempo di pace, imponendo una disciplina di tipo prussiano in un esercito altrimenti carente da questo punto di vista, si rivelò un disastro totale come comandante sul campo, pur avendo combattuto sul fronte orientale durante la Grande Guerra. Sprecò migliaia di vite insistendo in inutili attacchi frontali contro posizioni trincerate, senza adeguata preparazione di artiglieria e copertura di fuoco automatico, le manovre diversive erano aliene dalla sua immaginazione, e riteneva la ricognizione aerea inutile, data la propensione degli aviatori a esagerare, a suo dire, i movimenti e le capacità del nemico. Curiosamente, gli ufficiali paraguaiani che avevano combattuto in Francia, padroneggiavano le tattiche tedesche che Kundt disdegnava. Estigarribia regolarmente insaccò le posizioni nemiche, isolandole nello scrub e costrindole alla resa: alla fine del conflitto, il Paraguay deteneva 30 mila prigionieri di guerra, contro i 3 mila della Bolivia. E i consiglieri militari russi, Belaieff ed Em, due generali bianchi fuggiti dopo la presa di potere dei bolscevichi, proposero di usare delle fortificazioni leggere nella boscaglia in funzione anti infiltrazione: costruite velocemente col legname del posto, dotate di mortai e mitragliatrici, circondate di filo spinato e di mine, avevano dato buoni risultati durante la guerra civile russa, e si rivelarono micidiali nella boscaglia del Chaco. Difficili da rilevare dall’alto e comunque poco sensibili agli attacchi aerei, interdirono efficacemente ai boliviani l’uso delle vie di comunicazione nella boscaglia.



  
Ansaldo CV.33, a fianco una Carden-Lloyd. Entrambe si rivelarono inutili nel Chaco.



La Guerra del Chaco fu, infatti, soprattutto una guerra di genieri: tracciare strade attraverso lo scrub, costruire fortificazioni, e, soprattutto, localizzare punti favorevoli alla trivellazione di pozzi artesiani, furono le attività che determinarono l’avanzamento delle operazioni belliche vere e proprie. Il territorio del Chaco era praticamente privo di acqua potabile, anche nei punti dove la vegetazione assumeva l’aspetto di una giungla impenetrabile. L’acqua indispensabile agli uomini doveva essere someggiata o trasportata con automezzi e la disponibilità di questi ultimi, o della benzina per muoverli, decideva ogni volta l’esito di un attacco o della resistenza a un attacco. Nessuno dei due belligeranti, nemmeno la relativamente ricca Bolivia, poteva affrontare l’acquisto di tutti i mezzi necessari, e l’attrito nel terreno impervio e totalmente privo di strade del Chaco, era piuttosto alto. La carenza di trasporti si fece sentire soprattutto per l’approvvigionamento di acqua, diverse unità boliviane furono costrette alla resa perché sorprese dai paraguaiani lontane dai pozzi e circondate nello scrub senza possibilità di rifornimenti. In questo tipo di guerra, l’equipaggiamento pesante si rivelò un investimento infruttuoso. I fitti cespugli spinosi dello scrub si dimostrarono troppo resistenti perfino per i cingolati, la fanteria doveva essere impiegata ad aprire la strada ai tank con machete, asce e picconi. Come non bastasse, i tanks oltretutto, dovevano muoversi con tutti i portelli aperti per le elevate temperature giornaliere (col sole a picco si superavano quasi sempre i 45 gradi all’ombra), finendo facilmente preda di qualsiasi imboscata a colpi di bombe a mano. La benzina era scarsa, e serviva quasi tutti agli autocarri che trasportavano l’acqua e riportavano i feriti e gli ammalati, spesso più i secondi dei primi data l’insalubrità dell’area.

Le forze aeree furono largamente sottoutilizzate, e, soprattutto, male utilizzate, particolarmente dai boliviani, che pure godettero di una superiorità aerea quasi totale fino ai giorni finali del conflitto. Come si è visto, la ricognizione aerea veniva largamente ignorata, così come lo fu l’interdizione del traffico nemico: se attaccate dal cielo, le lente colonne paraguaiane, spesso someggiate, avrebbero avuto vita difficile, ma, benché sorvolate in diverse occasioni, non accadde mai, così come non si fece mai nemmeno un tentativo di attaccare i ponti o i porti lungo il fiume Paraguay. Per contro, i comandanti boliviani si intestardirono a fare attaccare a volo radente i fortini costruiti a dozzine nello scrub, azioni che, oltre a rivelarsi infruttuose essendo relativamente semplice riparare strutture in legname, causarono pesanti perdite per il fuoco contraereo. Maggior successo ebbe il lancio di rifornimenti compiuto con trimotori Junkers, alle truppe boliviane circondate nel Chaco, ma i pochi aerei disponibili, mai più di quattro, potevano supplire solo qualche nastro di munizione o pochi bidoni di acqua, alle truppe intrappolate sotto il sole cocente in una landa totalmente priva di acqua potabile.

Anche il Paraguay non usò in maniera adeguata la sua forza aerea, benché i suoi caccia riuscirono a interdire abbastanza efficacemente i pochi aerei da trasporto del nemico. Ma i pur ottimi Potez vennero impiegati solo in caso di disperata necessità, temendo di perderli per il fuoco contraereo o la caccia. Anche qui ebbero più successo gli aviolanci di rifornimenti, che si rivelarono vitali durante la prima battaglia di Nanawa, nel Gennaio 1933, quando le strade allagate dalle piogge stagionali impedivano il rifornimento della guarnigione assediata dai boliviani.

Gli scontri aerei furono, invece, relativamente sporadici. La ricognizione e il supporto ravvicinato avevano la massima priorità su ogni cosa, non c’erano macchine né benzina da sprecare per l’intercettazione o la superiorità aerea. Oltre tutto, date la vastità dell’area e le relativamente poche macchine coinvolte nelle operazioni, i piloti di entrambe le parti non avevano vita facile nel cercare gli aeromobili nemici, né potevano intervenire su richiesta in caso di attacco, date le distanze dagli aeroporti e le difficoltà, vista la natura del terreno e delle comunicazioni, nel costruirne di avanzati.

Nel 1933, la situazione cominciò a cambiare. Grazie ai buoni uffici del governo argentino, Asuncion si assicurò l’assistenza di una missione militare italiana. Le forze aeree furono rapidamente riequipaggiate con 5 Fiat CR42bis e altrettanti Caproni Ca.101 da trasporto-bombardamento. Gli italiani fornirono inoltre diversi esemplari della cingoletta Ansaldo CV33, versione derivata, e migliorata, della Carden Lloyd, destinata, nelle aspettative degli strateghi del Duce, a rivoluzionare la guerra permettendo ai soldati di combattere da bordo del mezzo. In realtà, le Ansaldo ebbero impiego limitatissimo durante la guerra del Chaco, soffrivano dei medesimi difetti delle controparti boliviane, e la benzina era troppo preziosa per andare sprecata a quel modo, ogni goccia doveva finire nei serbatoi degli autocarri dei rifornimenti. Le armi italiane si rivelarono comunque preziose nella battaglia di Nanawa, la Verdun del Chaco, in realtà, come Verdun, diverse battaglie fra Gennaio e Luglio 1933. Forse l’unica mossa sensata dei boliviani nella guerra, Nanawa era in pratica la porta di Asuncion, se fosse caduta le truppe andine avrebbero conquistato la capitale nemica. La mossa sembrava a portata di mano per il generale Kundt, che confidava, oltre che nel numeri superiori, nel migliore equipaggiamento dei suoi uomini in una battaglia finalmente convenzionale. Quello che non sapeva era che l’esercito paraguaiano aveva appena ricevuto consistenti rifornimenti bellici italiani, fra i quali numerosi fucili anticarro, mine e lanciafiamme. Il risultato fu una serie di battaglie durante sei mesi, nel corso delle quali i boliviani persero fra i 4 e i 10 mila uomini senza riuscire a sfondare le difese.

Il Paraguay arrivò a penetrare il territorio boliviano catturando la fortezza di Villa Montes, nel sudest del Paese, fatto, questo, che infiammò l’opinione pubblica, spingendo alcuni politici a chiedere di marciare su La Paz, con la conseguenza di inasprire gli inetti militari boliviani, che si dichiararono pronti a schierare la Terza Armata (ne avevano già fatto massacrare due nel Chaco) per fermare l’invasione del sacro suolo nazionale. La guerra pareva destinata a protrarsi all’infinito.

Ma dietro le apparenze si celava una ben diversa realtà. Entrambi i Paesi erano esausti, sull’orlo del collasso. Le perdite ammontavano, ufficialmente, a 52397 caduti in azione (oltre a 4264 morti in prigionia e ad almeno 30000 morti per malattia, principalmente malaria, febbre gialla e dengue, contro la quale le truppe andine non avevano difese né preparazione) per la Bolivia, e ad almeno 36000 morti per il Paraguay, cifre enormi per Paesi che, alla vigilia della guerra, avevano rispettivamente 2150000 e 900000 abitanti. L’economia sostanzialmente agricola e latifondista del Paraguay, inoltre, necessitava della manodopera ora al fronte, mentre la Bolivia, benché più popolata, era anche oppressa dai debiti contratti per le spese militari. I due Paesi avevano bisogno della pace.

L’armistizio fu siglato il 14 Giugno 1935, e ratificato con la firma del cosiddetto Trattato del Chaco, a Buenos Ayres, il 23 Gennaio 1939. Entrambi i Paesi convennero di sottomettere le loro controversie a un arbitrato internazionale, che alla fine garantì al Paraguay il Chaco, lasciando come contentino alla Bolivia una piccola striscia di territorio paludoso e malarico che le permetteva di collegarsi al fiume Paraguay e di costruirvi un porto, cosa che non fu mai.

BIBLIOGRAFIA: Farcau, Bruce The Chaco War: Bolivia and Paraguay, 1932-1935 Praeger Publishers, 1996



Carro boliviano.

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